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Il mio blog
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Pubblicato il giorno Monday, March 12, 2012 12:38 AM
E’ stato scoperto dalle osservazioni condotte con Risonanza Magnetica Funzionale (fRMI), una tecnica di osservazione delle aree del cervello attive in determinate circostanze o attività (leggere, parlare, ascoltare, ricordare, fare sesso, ecc) che la psicoterapia agisce sul cervello modificandolo. “In base alle osservazioni condotte con la tecnica della Risonanza Magnetica Funzionale (fRMI) è risultato che la psicoterapia può modificare la struttura del cervello". La scoperta è stata presentata durante il "20° Congresso mondiale di Medicina psicosomatica" tenutosi a settembre 2009 a Torino. Secondo gli esperti, la psicoterapia è in grado di modificare l'attivazione di aree specifiche cerebrali in modo tale che l'individuo possa gestire meglio emozioni negative quali ansia, panico, depressione, paura” (da La Stampa del 23/09/2009). Questa tecnica di indagine (fRMI) ha, quindi, evidenziato che, per esempio, pazienti sofferenti per fobie, ansia o stati depressivi più o meno gravi presentavano, dopo essersi sottoposti per qualche mese ad un ciclo di incontri con uno psicoterapeuta, i livelli di attivazione delle aree cerebrali interessate nel disturbo specifico del tutto vicine alla norma, come se avessero assunto dei farmaci. Ecco un esempio maggiormente esplicativo: “C’è un uomo che ha paura dei ragni. Ne ha uno davanti. La fotografia del suo cervello mostra che una parte - l’area pre-frontale laterale destra - si attiva, stimolata dalla sua paura. Qualche tempo dopo lo stesso individuo non ha più alcuna reazione. Guarda un ragno, eppure reagisce in modo «normale», come quello di chi non è assalito da impulsi di terrore” ( da La Stampa del 23/09/2009). In questo caso specifico è chiaro ed evidente che il cervello della persona si è modificato. Si è modificata, in particolare, la struttura dei neuroni (cioè, la materia di cui il cervello è composto). L’aspetto più interessante e innovativo, però, risiede nel fatto che tutto ciò è accaduto senza intervenire farmacologicamente (come purtroppo molto spesso si fa in Italia), ma solamente grazie alla psicoterapia, grazie, cioè, alla relazione tra un individuo (paziente) e un altro (psicoterapeuta). La terapia della psiche (della mente o del pensiero, se preferite) è in grado di far cambiare forma ed anche attività al cervello: non solo contrasta ansie e fobie, ma regola anche le risposte agli stress causati dalle malattie. Agisce, infatti, sulle interrelazioni tra gli aspetti biologici (organici) e neuronali (psicologici, se vogliamo) cioè su quelli che in gergo scientifico sono detti circuiti neurobiologici. La psicoterapia “Ha lo stesso effetto dei farmaci anti-paura, insomma”, spiega Secondo Fassino, direttore del Centro universitario per i Disturbi del Comportamento Alimentare dell’ospedale Molinette di Torino che ha ospitato il congresso ( da La Stampa del 23/09/2009). Fortunatamente, quello dell’utilizzo della psicoterapia al posto dei farmaci è un procedimento che sta consolidandosi negli anni, nonostante la tendenza diffusissima a ricorrere ai farmaci per molti disturbi o disagi che potrebbero efficacemente essere affrontati con la psicoterapia. Non è insolito, infatti, che genitori di bambini “irrequieti”, oppure persone con problemi di ansia, fobie, ossessioni, attacchi di panico, depressione, distorsioni dell’umore ecc., si rivolgano preferenzialmente a neurologi, psichiatri o neuropsichiatri per risolvere i propri disagi; e non è insolito, purtroppo, nemmeno il fatto che tali operatori prescrivano farmaci a iosa, con leggerezza e intenzionalità anche quando sanno benissimo che basterebbe un ciclo di psicoterapie o un affiancamento di sedute di psicoterapia alla terapia farmacologica. Certo è che non tutti gli psichiatri, neurologi e medici di base sono così insensibili, purtroppo, però, manca in Italia il pieno sviluppo di quella funzione informativa che essi dovrebbero attuare, manca, cioè la funzione “ponte” tra la medicina e la psicoterapia. Il fatto ancora più sconcertante, per non dire terrificante, riguarda proprio i bambini, cioè la facilità con cui, anche a loro, oggi vengono somministrati farmaci per problemi e disagi a cui si potrebbe far fronte benissimo con le parole, l’ascolto, con l’educazione, l’amore e regole comportamentali chiare e adeguate. E’ il caso,per esempio, di bambini che se mostrano frequenti distrazioni in classe o un’eccessiva aggressività con i compagni, oggi, vengono classificati come malati di ADHD, cioè della “sindrome da deficit di attenzione e iperattività”. In pratica, il bambino viene subito considerato un malato mentale, riconducendo ad un deficit fisiologico quello che, spesso, è un problema ambientale o sociale. Ma, l’aspetto peggiore sta negli effetti collaterali e a lungo termine dell’uso di tali farmaci: il Ritalin (della Novartis), per restare nell’ambito dell’esempio dei bambini, fino al 2003 era classificato insieme agli oppiacei, alla cocaina, all’eroina e all’LDS (nella tabella n.7 della Farmacopea), poi, per decreto ministeriale, è passato nella sottotabella IV, dove si trovano le benzodiazepine e gli altri psicofarmaci. Questa decisione non ha nessun fondamento scientifico, né logica di benessere o utilità, in quanto la stessa Novartis mette guardia, nella scheda tecnica del farmaco, circa i rischi dell’uso di tale farmaco. Si legge, infatti, “un uso abusivo può indurre marcata assuefazione e dipendenza psichica con vari gradi di comportamento anormale (…) Si richiede un’attenta sorveglianza anche dopo la sospensione del prodotto poiché si possono rilevare grave depressione e iperattività cronica”. Praticamente, si tratta di un farmaco che provoca effetti molto peggiori di quelli che dovrebbe curare! Anche nella “Guida all’uso dei farmaci” stilata dal Ministero della Salute si parla di effetti collaterali anche peggiori e, nonostante ciò, basta che un bambino sia un po’ negligente, corra, si dimeni sulla sedia, parli troppo, si agiti o ascolti poco che i genitori vengano indirizzati ad una visita specialistica da cui, se il professionista è un sciacallo, può scaturire la prescrizione di un farmaco e non di una psicoterapia. La psicoterapia, anche in questo caso, è meglio! Per lo meno non ha effetti collaterali. Pensateci.
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Pubblicato il giorno Saturday, March 10, 2012 2:06 AM
Il cervello dei depressi non riesce a riposarsi Lo studio dell'Università Medica di Vienna. A non funzionare è un recettore cruciale per raggiungere uno stato di calma interiore fine Lo leggo dopo E' come un interruttore che non si riesce mai a spegnere. Nella depressione non sembra esserci pace per il cervello. Secondo un gruppo di studiosi viennesinei depressi non funziona bene un recettore cruciale per raggiungere uno stato di calma interiore. E' quella sensazione di tranquillità che abbiamo quando non abbiamo niente da fare. In quei momenti la mente è a riposo e vaga. Per descrivere questo stato si parla spesso dei cosiddetti sogni ad occhi aperti. Se non riusciamo a mettere il cervello in 'stand by' e rimaniamo sempre sul filo in uno stato di perenne tensione. La ricerca è stata realizzata da Siegfried Kasper, capo del dipartimento di psichiatria e psicoterapia dell'università Medica di Vienna, ed è stata appena pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences(Pnas).
Nel nostro cervello c'è una serie molto intricata di aree neurali, chiamate "default mode network", che si attivano solo quando non abbiamo niente da fare, in pratica quando il cervello entra in stand by e la mente vaga, si riposa, fino alla calma interiore per i fortunati che ci riescono. Nei depressi, sempre ansiosi e in preda a ruminazioni continue, la calma mentale è un dono raro. I ricercatori viennesi hanno scoperto per la prima volta che il motivo di ciò è che nel cervello depresso non si attiva per bene questa modalità di default in quanto è disfunzionale il recettore 1 A della serotonina. Questo recettore ha un potente effetto inibitorio che permette al cervello di andare in stand by; ma nei depressi, secondo gli psichiatri viennesi, questo effetto è pesantemente ridotto. Lo studio potrebbe dunque aprire le porte a nuove terapie contro depressione e ansia.
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Fabio Gherardelli: Pubblicato il giorno Monday, January 16, 2012 1:20 AM
Dal 14 febbraio 2012 è disponbile in tutte le librerie il libro ZERO PARANOIE, editore MONDADORI. “Il destino non si cambia....” “Sono brutta....” “Nessuno mi ama....” “Il carattere non si cambia...” “Non valgo nulla...” “Il mondo è dei furbi.” “Il mio passato è la vera causa dei miei problemi...” “Sono sfigato...” “È tutta colpa tua.” “O le cose le faccio bene o non le faccio...” “Nessuno mi sa amare...” “E se mi sento male...???” “E se non sono all’altezza...???” “Gli altri sono cattivi...” “Non devo sbagliare...” Quante volte queste e altre frasi simili hanno fatto capolino nella nostra mente, nella conversazione con le persone che vivono con noi, in casa o sul lavoro. La paura di non farcela, di non essere all’altezza, di essere rifiutati o incompresi. Il timore di essere sbagliati, di non poter rimediare agli errori, di essere circondati da un mondo cattivo e disonesto: piccole crepe di insicurezza che fanno spesso capolino nel quotidiano di ognuno di noi. E ci bloccano. Emotivamente e fisicamente. Ingenerando un circolo vizioso che può trasformarsi da paranoia a problema serio. Zero paranoie è il nuovo metodo per sconfiggere le proprie insicurezze appena cercano di intrufolarsi nella nostra vita. Molto spesso i problemi nascono dentro di noi e si nutrono delle nostre insicurezze. Nella fase adolescenziale ma anche in quella adulta vediamo difficoltà che non esistono, ci fermiamo davanti a ostacoli inventati dalla mente, combattiamo contro mostri che in realtà sono draghi di cartone. Per qualche ragione insondabile, siamo proprio noi che autolimitiamo la nostra felicità e la nostra realizzazione con tante piccole paranoie.
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Pubblicato il giorno Tuesday, December 27, 2011 8:33 PM
Tremore, respirazione superficiale, sudore, nausea, vertigini, iperventilazione, sensazione di formicolio tachicardia, senso di soffocamento o asfissia: sono i sintomi improvvisi di un attacco di panico. Eppure sembra che alcuni cambiamenti fisiologici anticipino la comparsa del disturbo. Secondo uno studio pubblicato su Biological Psychiatry infatti, è possibile prevedere un attacco fin da un’ora prima. Questo è quanto emerge dalla ricerca condotta da Alicia Meuret della Southern Methodist University di Dallas, negli Usa, che ha monitorato per ventiquattro ore 43 pazienti affetti dal disturbo cronico. I soggetti hanno indossato degli speciali misuratori che registravano l’andamento di alcuni parametri collegati agli stati d’ansia, come il respiro e il battito cardiaco. L’analisi dei dati ha permesso di individuare cambiamenti che si verificano a partire da 70-60 minuti prima che si abbia un attacco e che sono assenti quando questo non compare. La cosa più interessante è che queste alterazioni sono del tutto inconsapevoli per il paziente. Un notevole passo in avanti per quanto riguarda la futura prevenzione e cura di questo disturbo che colpisce sempre più persone.
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Pubblicato il giorno Wednesday, December 14, 2011 8:31 PM
Mangiarne tanti, tantissimi, fino a star male. E tuttavia tornare a mangiarne ancora appena possibile. La dipendenza da dolci è come quella da droga o da alcol: un problema serio e grave, perchè porta all’obesità, a disturbi circolatori e a seri rischi per la vita. La colpa è tutta dell’ansia, disturbo sempre più diffuso nei nostri tempi. Il gusto dolce, infatti, stimola la produzione di serotonina e la serotonina calma l’ansia e regala una lunga sensazione di piacere e benessere che consola la persona e la fa star meglio. Di conseguenza si cerca nuovamente questa “consolazione”, non appena se ne ha l’occasione. Per vincere questa dipendenza, oltre all’aiuto prezioso di un bravo psicologo e di un dietologo competente, si può cercare di agire con mezzi propri. Per prima cosa fare una colazione abbondante, così da “occupare” molto spazio nello stomaco che ci renda energici per buona parte della giornata: latte e yoghurt con tanta frutta andranno bene, ci daranno sensazione di sazietà e allo stesso tempo il gusto dolce che cerchiamo, ma senza eccessi di calorie. Quando consumiamo i pasti, stiamo attenti a farlo seduti ben comodi … mai in piedi (la fretta ci spinge a ingozzarci) nè sdraiati (la troppa rilassatezza ci fa perdere il conto dei bocconi mangiati). Cerchiamo anche di smaltire il più possibile con l’esercizio fisico. Lo sforzo ci spingerà a bere di più, eliminando così sia i grassi in eccesso che la voglia smisurata di mangiare.
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Pubblicato il giorno Sunday, November 27, 2011 8:10 PM
I sogni aiutano a superare le emozioni negative vissute A cosa servono i sogni? A stare bene, fisicamente e mentalmente. Si susseguono le ricerche scientifiche che dimostrano come sognare sia un'attività benefica per l'organismo. L'ultima in ordine di tempo si deve ai ricercatori della University of California di Berkeley (negli Stati Uniti), secondo i quali l'attività onirica notturna ci aiuta ad attenuare le forti emozioni che abbiamo vissuto durante il giorno, in modo da farci reagire in modo migliore, soprattutto di fronte alle emozioni negative, in caso si dovessero ripresentare eventi simili.
Stando ai risultati di questo studio, dunque, la fase del sonno durante la quale si sogna, la cosiddetta fase Rem (Rapid eye movement), avrebbe un vero e proprio effetto terapeutico in relazione alle esperienze emotive che abbiamo vissuto durante la giornata. Aiuterebbe infatti la parte più razionale del nostro cervello a ridimensionare le reazioni negative. Lo studio dei ricercatori ha coinvolto 35 adulti divisi in due gruppi a cui sono state mostrate 150 immagini di forte impatto emotivo per due volte, a 12 ore di distanza. Mentre i volontari osservavano le immagini, la loro attività cerebrale veniva misurata con risonanza magnetica. Il primo gruppo ha assistito alle immagini la mattina e la sera, senza dormire nel frattempo. Il secondo invece è stato coinvolto una sera e poi il mattino dopo, quindi dormendo nel mezzo. I soggetti che dormivano hanno riportato una diminuzione significativa della reazione emotiva alle stesse immagini mostrate il mattino dopo. La risonanza magnetica ha infatti mostrato una drastica riduzione della reattività dell'amigdala, la parte del cervello che elabora le emozioni: la corteccia prefrontale aveva ripreso il controllo delle reazioni emotive dei partecipanti all'esperimento. In più, le registrazioni durante la notte dell'attività elettrica cerebrale hanno fatto scoprire una riduzione, durante il sonno, dei livelli di stress neurochimico.
Se il meccanismo non funziona A quanto si legge sulla rivista scientifica "Current Biology", la scoperta potrebbe spiegare perché le persone che soffrono di disordine da stress post-traumatico, per esempio i veterani di guerra, abbiano spesso incubi. Secondo gli scienziati, infatti, probabilmente potrebbe essere malfunzionante questo elemento terapeutico del sonno: quando, per un qualunque motivo, si innesca un ricordo, un flashback, l'emozione che si prova è interamente quella che si è vissuta la prima volta, perché non c'è stata l'attenuazione emotiva esercitata dal sogno
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Pubblicato il giorno Saturday, November 12, 2011 7:48 PM
Per venire incontro alle numerose richieste, è attivo da oggi un Servizio di Consulenza Psicologica Online. Il servizio è adatto a tutte quelle persone (maggiorenni) che, a causa della distanza, non riescono a raggiungere facilemente le sedi del Dott. Fabio Gherardelli a Carpi (Mo), Reggio Emilia e Rovereto s/s - Novi di Modena (Mo). Il SERVIZIO di CONSULENZA ONLINE utilizza due metodi: - La VIDEOCHIAMATA, attraverso il programma gratuito SKYPE; - La posta elettronica e-mail
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Pubblicato il giorno Saturday, September 17, 2011 5:17 PM
Che la vita fosse una sorta di game in cui sopravvive il più abile e fortunato, lo si sapeva già. Che il fine proprio della vita fosse il game in senso stretto, ovvero il gioco d’azzardo, nessuno forse l’aveva intuito. Sembra che gran parte della popolazione globale, il 29,2% circa, sia dedita a scommesse da capogiro. Un microcosmo di giocatori, talvolta insospettabili talaltra apertamente dichiarati, vive tra noi ma percepisce le paure in maniera molto diversa. Secondo una ricerca diretta dal prof. Benedetto De Martino dell’Università della California, la dipendenza dal gioco d’azzardo, in alcuni casi è una vera e propria necessità esistenziale; un fine che giustifica qualsiasi mezzo. “ La dipendenza – spiega De Martino – è dovuta ad un difetto dell’amigdala, la parte del cervello che guida le nostre emozioni ancestrali, quali paura e aggressività. La sua imperfezione è conseguenza logicamente prevedibile della disattivazione dei freni inibitori che, normalmente ci difendono dal rischio di perdite economiche”. I ricercatori californiani hanno studiato minuziosamente il comportamento di volontari sani ed affetti da micro-lesioni dell’amigdala, sottoponendoli a giochi con vincite in denaro. Il risultato dell’analisi metodica ha reso evidente una significativa dicotomia di pensiero e di percezione. I soggetti sani erano propensi a rischiare l’intero capitale solo se la posta in palio era il doppio della potenziale perdita. Invece, i soggetti con amigdala lesa, accecati dal tavolo verde e dal denaro, giocavano in ogni caso, senza alcuna preoccupazione. Secondo De Martino, il difetto cerebrale dell’amigdala fa sì che il soggetto percepisca la realtà e le paure in maniera tanto irrisoria da generare contegni altamente dispendiosi.
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Pubblicato il giorno Saturday, September 17, 2011 5:13 PM
L'astinenza dal fumo inibisce l'attività dell'amigdala, l'area del cervello che controlla la paura. Lo dimostra uno studio tedesco pubblicato dalla rivista Human Brain Mapping, secondo cui per un fumatore è sufficiente stare lontano 12 ore dalle sigarette per perdere il controllo dei centri che servono a percepire la paura. Per questo motivo, spiegano i ricercatori, se l'intento è quello di spingere ad abbandonare il vizio del fumo, servirebbero a poco le immagini di tumori al polmone che Stati Uniti e Comunità Europea vorrebbero porre sui pacchetti di sigarette. “In chi smette di fumare l'attività del centro della paura si riduce così tanto che non è più recettiva a queste foto spaventose”, spiega René Hurlemann dell'Universitätsklinikum di Bonn (Germania), coordinatore della ricerca. Tuttavia, queste immagini potrebbero essere utili per dissuadere i non-fumatori dal cedere al vizio. In chi non fuma, infatti, l'amigdala è normalmente attiva e la paura è pronta a centrare l'obiettivo. Per dimostrarlo i ricercatori hanno eseguito scansioni cerebrali di fumatori abituali, confrontandole con quelle di non-fumatori, mentre osservavano immagini di volti felici, impauriti o con espressione neutrale. Normalmente l'amigdala si attiva alla vista dei volti impauriti, ma se i fumatori erano in astinenza da sigarette da almeno 12 ore il processamento delle emozioni risultava fortemente compromesso.
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Pubblicato il giorno Thursday, September 01, 2011 12:48 PM
È un problema che affligge diverse persone, se non controllato a dover può sfociare anche in seri attacchi di panico. Un gruppo di amici in vacanza, la serata dopo il mare da organizzare nella località di villeggiatura che avete scelto ma una enorme difficoltà a conciliare le esigenze di tutti, perché c'è sempre qualcuno - e sempre la stessa persona! - che declina qualsiasi invito, sia che si tratti di un concerto, sia di una sagra di paese, sia di una innocente seconda visione al cinema. Pensi che il suo sia snobismo, perché ti sei resa conto che tende a evitare qualsiasi situazione in cui si ritroverebbe tra moltitudini di comuni mortali, ma ignori che il problema che gli impedisce di accettare è proprio lì, nella sua paura della gente. Il termine scientifico è “demofobia”, e indica lapaura irrazionale di trovarsi in mezzo alla folla. Chi soffre di questo disturbo, quasi sempre collegato all'agorafobia (la paura degli spazi aperti) mette in atto le cosiddette condotte di sviamento, eliminando dal suo agire qualsiasi posto in cui pensa di poter star male. In altre parole, è assalito da un'ansia anticipatoria. Il suo inconscio “ragiona” in questo modo: “se vado in un posto pieno di gente e mi sento male sarà difficile per me poterne uscire, per cui è meglio restare a casa, o in un altro posto dove sono o mi sento al sicuro e niente di brutto potrà accadermi”. Sono i sintomi classi dell'attacco di panico, che nel demofobico può scatenarsi non solo in una piazza gremita, ma anche su un autobus sovraffollato con sensazione imminente di morte, tachicardia, sudorazione, mancanza d’aria. Questi sintomi derivano dal fatto che, ipotizzando di trovarsi in una situazione di reale pericolo, l'organismo in ansia ha bisogno della massima energia muscolare a disposizione, per poter scappare, scongiurando il pericolo e garantendosi la sopravvivenza. La cosa più sbagliata da fare, come in tutte le fobie, è rimproverare al fobico la sua paura: le persone che soffrono di demofobia – come di qualsiasi altro disturbo d'ansia - si rendono perfettamente conto dell'irrazionalità delle loro reazioni emotive, ma non riescono a controllarle. Farglielo notare non gli risolve il problema e li conduce a uno stato di prostrazione. Nei casi lievi la demofobia si affronta con un ciclo di sedute di psicoterapia cognitivo-comportamentale, attraverso l'utilizzo di tecniche di esposizione graduata agli stimoli temuti. Il paziente viene avvicinato progressivamente agli stimoli che innescano la paura, fino ad arrivare nel giro di 4 o 5 settimane, a esposizioni molto più forti, a contatto diretto con ciò che lo terrorizza (nel cado del demofobico l'andare in luoghi affollati). L'approccio cognitivo-comportamentale può spaventare molto le persone che soffrono di una fobia, che devono affrontare a viso aperto proprio la situazione temuta, ma con l'aiuto di un terapeuta esperto, garantisce il successo nel 90-95% dei casi. Alcuni psicologi, per rendere più efficace il metodo, insegnano al paziente strategie di rilassamento fisiologico, come alcune tecniche di respirazione, che la persona fobica dovrà utilizzare poco prima di esporsi agli stimoli ansiogeni. Nei casi più gravi di demofobia è indispensabile abbinare alla psicoterapia una terapia farmacologica, sotto stretto controllo medico.
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Pubblicato il giorno Monday, August 29, 2011 8:11 PM
Guardare gli animali risveglia il cervello ‘primitivo’ Entra in gioco l’amigdala, la parte più antica del cervello Ogni volta che guardiamo un animale, si risveglia una delle parti del cervello più antiche dal punto di vista evolutivo, ovvero l'amigdala, quella struttura a forma di mandorla in cui nascono le emozioni, compresa la paura. Questo fenomeno potrebbe essere un'eredità dei nostri antenati delle caverne, che negli animali dovevano riconoscere prede succulente da cacciare o pericolosi predatori da cui fuggire. E’ quanto emerge dallo studio pubblicato su Nature Neuroscience, condotto da un gruppo internazionale di ricercatori coordinato da Florian Mormann, esperto di neurobiologia dell'università tedesca di Bonn. La ricerca è stata eseguita su un gruppo di 40 persone che si sono sottoposte a un delicato intervento chirurgico al cervello per curare una forma di epilessia resistente ai farmaci. Prima dell'operazione, nel loro cervello sono stati impiantati degli elettrodi che registrano l'attività delle cellule nervose, in modo da scoprire quali neuroni scatenano gli attacchi epilettici e devono quindi essere colpiti chirurgicamente. Approfittando di questa delicata procedura pre-operatoria, i ricercatori hanno usato gli stessi elettrodi per vedere quali aree cerebrali si attivano quando al paziente vengono mostrate immagini che ritraggono animali, paesaggi, persone e oggetti. Grazie a questo esperimento, i ricercatori hanno verificato che la vista degli animali provoca l'attivazione della parte destra dell'amigdala, quella porzione piu' antica del cervello che gestisce i processi emotivi. Per confermare che questo fenomeno si verifica in tutte le persone e non solo nei soggetti epilettici, Mormann e i suoi hanno pensato di ripetere l'esperimento con alcune persone sane, ovviamente senza ricorrere agli elettrodi impiantati nel cervello ma usando un esame non invasivo, ovvero la risonanza magnetica funzionale. Anche in questo caso, la lettura dell'attività dei neuroni ha confermato l'accensione della 'mandorla delle emozioni'.
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Dott. Fabio Gherardelli: Pubblicato il giorno Friday, March 25, 2011 5:20 PM
Identificato l’interruttore dell’ansia. È un groviglio di neuroni, che, a seconda della tipologia di stimolo ricevuto, promuove o allevia lo stato d’animo. La ricerca, pubblicata su Nature, è stata realizzata con una tecnica pionieristica che integra ottica e genetica. Il segreto dell’ansia è nell’amigdala. È lì che un gruppo di ricercatori coordinati da Karl Deisseroth, professore associato di Psichiatria, Scienze comportamentali e Bioingegneria della Stanford University, ha identificato una rete di neuroni in grado di accenderla e spegnerla. Un vero e proprio interruttore, la cui conoscenza potrebbero cambiare la storia di questo disturbo che rappresenta la più frequente tra le malattie psichiatriche, nonché una delle principali cause di depressione e abuso di sostanze. Karl Deisseroth è un pioniere dell’integrazione tra genetica e ottica ed è con questa tecnica che il gruppo è riuscito a identificare l’interruttore in esperimenti condotti su topi. In realtà, questa interessante ricerca, conferma i risultati a cui era già arrivato qualche anno fa il famoso neuroscienziato Joseph Ledoux (basta leggere il suo famoso libro "Il cervello emotivo"). L'amigdala, dunque, è come un interruttore che si attiva ogni volta che percepiamo un pericolo. La psicoterapia, per essere efficace, deve tenere conto di questo. Curare l'ansia significa imparare a modificare il nostro rapporto con l'amigdala. Quella che nel mio libro "Sulle ali del panico" chiamo la valvola.
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Fabio Gherardelli: Pubblicato il giorno Thursday, January 20, 2011 2:41 PM
Fabio Gherardelli Sulle ali del panico: come affrontare e superare rapidamente il panico, le fobie e le ossessioni Editore Aurelia
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Pubblicato il giorno Wednesday, November 03, 2010 5:45 PM
L'INCHIESTA ITALIANA Il business delle false malattie Ecco i trucchi delle industrie Si moltiplicano le giornate dedicate a una patologia: sono 60 a livello nazionale. Osteoporosi, menopausa e timidezza: un tempo non erano considerate disfunzioni, ora sì. E sale il costo per sanità pubblica e famiglie: 4 miliardi all'anno. Ecco come le major del medicinale riescono a venderci farmaci inutili di MICHELE BOCCI NON CE n'è nemmeno uno. Sul calendario non sono rimasti più mesi, settimane o giorni liberi da malattie. Da prevenire, scoprire prima possibile, sconfiggere, studiare o raccontare a chi sta bene. Cancro, alzheimer, sclerosi multipla, aids sono protagoniste ogni anno di giornate mondiali o italiane, regionali o cittadine. Ma anche la menopausa, l'osteoporosi, l'incontinenza e addirittura la stipsi hanno i loro periodi dedicati, con appuntamenti nelle piazze, davanti ai supermercati, negli ambulatori. Sotto gazebo montati in centro si misurano glicemia e pressione, si fanno valutazioni odontoiatriche e audiometriche ai passanti. C'è un palcoscenico per ogni problema, che sia infettivo e raro come la meningite oppure diffusissimo come l'ipertensione. Molti forse non sanno che in Italia si celebra anche il mese della prevenzione degli attacchi di panico.
Quanti sono gli appuntamenti dedicati alle malattie? Quelli nazionali almeno 60 l'anno, poi ci sono le manifestazioni locali e il numero sale a 300. In molti, tra medici, farmacologi e responsabili di associazioni di malati, sono convinti che sia troppo alto. Spesso l'invito agli screening e il messaggio che molti non sanno di avere una certa patologia, oltre ad avere effetti positivi, creano ansie e timori. E fanno consumare sempre più sanità: esami, visite e medicinali. È ciò che vuole l'industria farmaceutica, che in Italia fattura oltre 25 miliardi di euro all'anno. Lavora per far guarire da problemi seri ma anche per allargare il mercato, un po' come si fa con i detersivi. Le giornate del malato, normalmente importanti, possono essere un efficace strumento di marketing, e diventare una delle linee di produzione della fabbrica delle malattie.
Quali sono i meccanismi utilizzati per riempire di medicine i nostri armadietti del bagno? Il punto di partenza è la ormai nota frase pronunciata oltre trent'anni fa dal pensionando direttore Merck, Henry Gadsen: "Sognamo di produrre farmaci per le persone sane". Da allora la fabbrica ha scoperto tanti medicinali importanti ma ha anche prodotto nuove patologie e nuovi malati. Eventi naturali della vita come l'invecchiamento e il parto o stati d'animo come la timidezza, oggi, nella grande corsa al benessere assoluto, sono considerati problemi di salute. Così nessuno di noi si sente sano fino in fondo. Probabilmente Gadsen ne sarebbe soddisfatto.
I problemi di salute in piazza L'idea di partenza è meritoria: portare una patologia in piazza per farla conoscere e magari raccogliere soldi per ricerca e assistenza. Il sistema però è cresciuto a dismisura. "Si rischia di incentivare il consumo di prestazioni sanitarie e di medicine", dice Marco Bobbio, primario di cardiologia a Cuneo e autore per Einaudi del libro "Il malato immaginato". "Tra gli organizzatori delle giornate c'è certamente chi ha uno scopo specultativo. Anche perché nessuno ha mai verificato con studi scientifici se queste iniziative aiutano i pazienti a curarsi meglio o magari spingono qualcuno che ha scoperto i sintomi di un problema ad accentuare artatamente i suoi disturbi, sottoponendosi a esami inutili". E magari a consumare più farmaci. Ma quanti tra coloro che partecipano a una campagna sanno già di avere quel problema di salute?
"L'impressione è che si faccia coinvolgere chi è già seguito per la patologia a cui è dedicata la giornata - dice Bobbio - Chi fuma non va al banco per la prevenzione del tumore al polmone fuori dal supermarket". A organizzare questi appuntamenti di solito sono associazioni di malati, con l'appoggio di una società scientifica e il contributo dell'industria. Un evento di medie dimensioni al privato può costare anche 100-150mila euro. Le case farmaceutiche credono in queste iniziative. E non solo loro. Sempre più aziende cercano visibilità per i loro prodotti attraverso i problemi di salute. La giornata dell'osteoporosi oltre a sponsor come Procter & Gamble (che vende un farmaco per questo problema a base di risedronato), o Lilly Italia, quest'anno ha avuto la partnership dell'acqua Sangemini. Sul suo sito la società spiega anche di aver pubblicato un "opuscolo esplicativo sulle proprietà dell'acqua Sangemini, sulla prevenzione e la cura dell'osteoporosi per la donna fashion, ma anche attenta al suo benessere". Il tutto per un problema passato negli ultimi anni da fattore di rischio a malattia, secondo alcuni proprio grazie all'impegno dell'industria. Negli Usa si calcola che le visite per l'osteoporosi siano triplicate dall'introduzione sul mercato del farmaco alendronato della Merck.
Al di là delle normali e lecite sponsorizzazioni, esistono appuntamenti organizzati a tavolino per vendere farmaci? Per dare una risposta basta la storia della "settimana nazionale per la diagnosi e la cura della stitichezza". "In Italia è stata fatta per ben tre anni consecutivi - spiega Bobbio - Si volevano sensibilizzare medici e cittadini sulla necessità di curare questo problema in previsione dell'arrivo sul mercato di un farmaco". Quel medicinale era a base di tegaserod ed era prodotto dalla Pfizer, che l'ha ritirato dal commercio in Europa nel 2007, perché sono stati segnalati casi di problemi cerebro-vascolari tra chi lo aveva preso. "E dall'anno dopo la settimana della stitichezza è scomparsa - dice Bobbio - dimostrando che il grande interesse "scientifico" era ingigantito per preparare il lancio commerciale".
Curare malattie che una volta non erano malattie Le giornate del malato, come certi studi clinici, i convegni e le pubblicità, in alcuni casi possono essere utilizzate per il cosiddetto disease mongering, la creazione a tavolino delle malattie. La stessa osteoporosi, la menopausa, la timidezza, un tempo non erano considerate patologie, ora sì. Una recente ricerca scientifica svolta negli Usa e pubblicata da Social science & medicine, prende in considerazione una decina di situazioni (ansia, deficit di attenzione, insoddisfazione della propria immagine, disfunzione erettile, infertilità, calvizie, menopausa, gravidanza senza complicazioni, tristezza, obesità, disordini del sonno) che sono state medicalizzate, alcune magari anche giustamente, negli ultimi anni e calcola che costino ogni anno alla sanità Usa 77 miliardi di dollari, il 3,9% della spesa. Quanto costa in Italia medicalizzare le patologie che un tempo non esistevano? Rispettando le proporzioni con l'America, circa 4 miliardi di euro. Di recente il British medical journal ha pubblicato il lavoro di un ricercatore australiano, Ray Moynihan, il quale sostiene che il mito della scarsa libido delle donne è stato creato dalle case farmaceutiche, per vendere una versione femminile del Viagra fino ad ora mai scoperta.
Come si aumenta il numero di pazienti La fabbrica delle malattie non si accontenta mai. Si muove anche per far crescere il numero di persone a rischio. "Basta abbassare il limite della pressione, della glicemia o del colesterolo considerati pericolosi", spiega Roberto Satolli, medico e giornalista dell'agenzia Zadig, che realizza il sito www. partecipasalute. it. "Negli anni Sessanta si era ipertesi con 160-90, negli anni Ottanta e Novanta con 140-90 e adesso con 120-80. Si sposta un po' la soglia e milioni di persone vengono inserite tra coloro che devono prendere dei farmaci". Il colesterolo un tempo era considerato alto dai 240 in su, adesso anche ben al di sotto dei 200. Un sensibile allargamento del mercato potrebbe essere dovuto proprio in questo periodo al Crestor di AstraZeneca, uno dei medicinali della famiglia delle statine più efficaci per abbassare il colesterolo e quindi prevenire l'infarto. Di recente l'Fda, l'agenzia Usa per il controllo dei farmaci, ha approvato l'estensioni delle indicazioni alle persone senza problemi di colesterolo ma con alti livelli della proteina C-reattiva (un marcatore di infiammazione) e con un fattore di rischio cardiovascolare, come fumo, ipertensione, sovrappeso. Il New York Times ha spiegato come uno studio su larga scala dimostri che, rispetto al placebo, il Crestor per questi soggetti fa scendere la probabilità di un attacco di cuore da 0,37% a 0,17. Il quotidiano fa notare che per prevenire un infarto "a cui normalmente si può sopravvivere" vanno trattate 500 persone. Che magari sono grasse e quindi potrebbero abbassare quel fattore di rischio. Il Nyt calcola che, con l'allargamento dei parametri, 6,5 milioni di americani diventino potenziali utilizzatori del Crestor.
Le statine sono sempre più usate ovunque, da noi il consumo aumenta del 20% all'anno. Si tratta di farmaci che hanno rivoluzionato la cura dei problemi cardiovascolari. Lo sottolinea Sergio Dompé, presidente di Farmindustria: "Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una riduzione di queste patologie senza precedenti. Del resto, più in generale, oggi stiamo meglio di una volta, in 15 anni ne abbiamo guadagnati 3 di vita. Le aziende fanno i loro interessi, ma quando lavorano correttamente perseguono anche il bene della collettività. Certo, alcuni sprechi si possono ridurre. E come dico sempre: il miglior farmaco è avere un bravo medico". Uno dei pilastri della fabbrica delle malattie è il marketing. Ma come si fa a vendere un farmaco?
L'imbuto e il "disease awareness" Bisogna essere oltre che disinvolti anche scientifici. "I medici sono classificati a seconda della loro capacità di condizionare i colleghi. In cima ci sono gli influenzatori, bravi a parlare in pubblico e seguiti da tanti altri dottori quando si tratta di fare una prescrizione. Poi ci sono gli influenzati ma anche categorie come gli early adopters, gli appassionati delle novità, che amano essere i primi a fare le cose". A parlare è Luca (il nome è finto), che da anni lavora negli uffici marketing del farmaceutico. "A parte l'utilizzo degli informatori, sono importanti i congressi. Si sponsorizzano gli organizzatori e si fanno mettere letture o tavole rotonde incentrate non sul brand del tuo farmaco, cosa vietata, ma sul principio attivo o sulla patologia. Avere questo spazio scientifico costa diverse decine di migliaia di euro. Per il tuo simposio ingaggi i relatori, che paghi tra i mille e 5mila euro, e anche il pubblico, cioè i medici che seguono la patologia di cui si parla e che ospiti al congresso". Il fine è quello di vendere più farmaci. "Si pensi a un imbuto - dice Luca - Se ho 100 persone che prendono determinati medicinali e la mia azienda copre il 50% del mercato, serve a poco ed è faticoso strappare alla concorrenza il 2 o 3%. A me che sono leader, conviene aumentare i pazienti, farli diventare 200 allargando l'ingresso di quell'imbuto. Si cerca di ridefinire la malattia per poter dire che ne soffre anche chi prima non l'aveva. E partono le campagne di disease awereness, cioè di consapevolezza, fatte un po' in buona fede e un po' in malafede. Esiste sempre una quota di persone che non sa di avere una certa malattia: è giusto fargliela scoprire. Così, ad esempio, si organizzano le giornate".
La ricerca in mani private Le multinazionali hanno in mano la ricerca. Lo spiega Nicola Magrini, farmacologo direttore del Ceveas, che si occupa di valutazione e linee guida sull'uso dei farmaci per la Regione Emilia Romagna e per l'Istituto superiore di sanità. "Negli Usa, pubblico e privato investono nella ricerca il 50% a testa - spiega - Da noi il pubblico finanzia solo una piccola parte degli studi. Bisognerebbe almeno favorire l'effettuazione di ricerche a cui partecipano più aziende: confrontando più farmaci si bilanciano gli interessi di tutti". Ma cosa sanno i singoli medici dei risultati della ricerca scientifica? "Negli ambulatori arrivano depliant patinati, non informazioni. Il sistema sanitario dovrebbe dare la possibilità a ogni dottore di accedere alle migliori evidenze scientifiche". Crede nelle collaborazioni tra privati per la ricerca anche Dompé. "Capita sempre più spesso che più aziende investano sullo stesso progetto, il nuovo paradigma è collaborare per competere". Il presidente di Farmindustria spiega che nel settore in Italia c'è ancora da fare. "Siamo indietro senza dubbio come struttura industriale, e ancora di più come sistema paese. Ma stiamo crescendo. Il pubblico non può avere i soldi per pagare gli studi sui farmaci, che durano in media 12 anni e mezzo. Allora deve far in modo di individuare centri di eccellenza, e ce ne sono, in grado di competere a livello mondiale e investire solo su quelli".
Siamo tutti doloranti? Proprio in questo periodo nel nostro paese potrebbe allargarsi il famoso imbuto. Sta partendo la campagna "dolore misterioso", negli studi dei medici di famiglia saranno messi volantini e poster per insegnare a riconoscere il dolore neuropatico e descriverlo (come bruciante, lancinante, formicolante, freddo o folgorante). È stato creato anche un sito www. doloremisterioso. it. L'iniziativa vede impegnate la Fimmg, sindacato dei medici di famiglia, la Simmg, la società scientifica di questi professionisti, e l'associazione Cittadinanzattiva. Sponsor è la Pfizer. Cioè l'azienda farmaceutica che produce il Lyrica, nato quando un prodotto simile della stessa azienda, il Neurontin, è diventato generico (peraltro dopo aver fatto prendere al produttore una multa della Fda da circa 450 milioni di dollari per campagne di marketing scorrette e mancata pubblicazione dei dati di studi negativi). Il Lyrica è a base del principio attivo pregabalin, indicato come terapia aggiuntiva negli adulti con attacchi epilettici, nell'ansia generalizzata ed è l'unico prodotto sul mercato per il trattamento del dolore neuropatico periferico, un problema che con l'approvazione della legge su cure palliative e terapia del dolore è diventato trattabile anche dai medici di famiglia, con gli specialisti. Intanto sul sito tutti possono fare un questionario sul proprio dolore, stamparlo e portarlo ai loro dottori. Se questi prescriveranno il Lyrica lo sapremo nei prossimi mesi. Quando si conosceranno i dati delle vendite.
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Dott. Fabio Gherardelli: Pubblicato il giorno Friday, October 15, 2010 3:09 PM
Pensare che quando un problema è complicato e persistente da tanto tempo, occorreranno terapie altrettanto lunghe e faticose, è una credenza molto diffusa. Tale credenza non si basa su ricerche scientifiche, ma solo sul cosiddetto "senso comune". In altre parole è un vero e proprio "mito", e come tale bisogna smontarlo. I problemi umani, anche i più complessi, sono sempre dei veri e propri circoli viziosi ed i fattori che li mantengono e li rafforzano sono sempre rintracciabili nel presente della persona, non nel suo passato!! Il passato non cambia: si vive oggi, si vive domani, come diceva Milton Erickson, e bisogna agire sui fattori che mantengono oggi il problema. Facciamo un esempio: una fobia non è altro che un apprendimento emotivo (come spiego e approfondisco nel mio libro "Sulle ali del panico"), così come il disturbo da attacchi di panico. I fattori che mantengono e rafforzano le fobie di solito sono gli stessi per tutte le persone: il primo ed il più importante ad esempio è l'evitamento, ossia evitare le situazioni temute. Come posso superare una fobia se non affronto l'oggetto fobico??? Posso pensare e ripensare al mio passato e cercare di dare un senso ed un significato alla mia fobia, ma di certo essa non passa. Occorre disapprendere la fobia, e per farlo occorre affrontare, meglio se gradualmente, l'oggetto temuto. Per il disturbo da attacchi di panico, ovvero "la paura della paura", alcuni dei fattori principali che mantengono il circolo vizioso sono l'evitamento, i cosiddetti comportamenti protettivi o di protezione, l'ascolto di se stessi e delle proprie sensazioni, l'interpretazione erronea delle stesse sensazioni. Se non agiamo su tali fattori, non sarà possibile rompere il circolo vizioso e risolvere il problema. Ecco perché, allora, curare l'ansia significa agire sul circolo vizioso ed in particolare sui fattori presenti che lo mantengono in vita, in modo così da romperlo. Per rompere un circolo vizioso non occorrono anni e nemmeno decenni!! Nella mia prospettiva, una buona psicoterapia breve dovrebbe agire su tali circoli viziosi: nel giro di poco tempo la persona, anche se da tanti anni soffre di quel problema, riesce a risolvere la sua patologia e ritorna al proprio naturale benessere.
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