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ZERO PARANOIE di FABIO GHERARDELLI editore MONDADORI
PREVEDERE GLI ATTACCHI DI PANICO: ORA SI PUO'
Dolcidipendenti: è colpa dell’ansia!!
I ricordi shock vanno via sognando
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Come affrontare e superare rapidamente il panico, le fobie e le ossessioni
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ZERO PARANOIE di FABIO GHERARDELLI editore MONDADORI

Il 14 febbraio 2012 sarà disponbile in tutte le librerie il libro ZERO PARANOIE, editore MONDADORI.
 
“Il destino non si cambia....”
“Sono brutta....” 
“Nessuno mi ama....
“Il carattere non si cambia...”
“Non valgo nulla...”
“Il mondo è dei furbi.”
“Il mio passato è la vera causa dei miei problemi...”
“Sono sfigato...”
“È tutta colpa tua.”
“O le cose le faccio bene o non le faccio...”
“Nessuno mi sa amare...”
“E se mi sento male...???”
“E se non sono all’altezza...???”
“Gli altri sono cattivi...”
“Non devo sbagliare...”
 
Quante volte queste e altre frasi simili hanno fatto capolino nella nostra mente, nella conversazione con le persone che vivono con noi, in casa o sul lavoro.
La paura di non farcela, di non essere all’altezza, di essere rifiutati o incompresi.
Il timore di essere sbagliati, di non poter rimediare agli errori, di essere circondati da un mondo cattivo e disonesto: piccole crepe di insicurezza che fanno spesso capolino nel quotidiano di ognuno di noi.
E ci bloccano. Emotivamente e fisicamente.
Ingenerando un circolo vizioso che può trasformarsi da paranoia a problema serio.
Zero paranoie è il nuovo metodo per sconfiggere le proprie insicurezze appena cercano di intrufolarsi nella nostra vita.
Molto spesso i problemi nascono dentro di noi e si nutrono delle nostre insicurezze. Nella fase adolescenziale ma anche in quella adulta vediamo difficoltà che non esistono, ci fermiamo davanti a ostacoli inventati dalla mente, combattiamo contro mostri che in realtà sono draghi di cartone. Per qualche ragione insondabile, siamo proprio noi che autolimitiamo la nostra felicità e la nostra realizzazione con tante piccole paranoie.
 
 
 

PREVEDERE GLI ATTACCHI DI PANICO: ORA SI PUO'

 
Tremore, respirazione superficiale, sudore, nausea, vertigini, iperventilazione, sensazione di formicolio tachicardia, senso di soffocamento o asfissia: sono i sintomi improvvisi di un attacco di panico.
Eppure sembra che alcuni cambiamenti fisiologici anticipino la comparsa del disturbo.
 
 
Secondo uno studio pubblicato su Biological Psychiatry infatti, è possibile prevedere un attacco fin da un’ora prima. Questo è quanto emerge dalla ricerca condotta da Alicia Meuret della Southern Methodist University di Dallas, negli Usa, che ha monitorato per ventiquattro ore 43 pazienti affetti dal disturbo cronico. I soggetti hanno indossato degli speciali misuratori che registravano l’andamento di alcuni parametri collegati agli stati d’ansia, come il respiro e il battito cardiaco. L’analisi dei dati ha permesso di individuare cambiamenti che si verificano a partire da 70-60 minuti prima che si abbia un attacco e che sono assenti quando questo non compare. La cosa più interessante è che queste alterazioni sono del tutto inconsapevoli per il paziente.
Un notevole passo in avanti per quanto riguarda la futura prevenzione e cura di questo disturbo che colpisce sempre più persone.

Dolcidipendenti: è colpa dell’ansia!!

 
 
Mangiarne tanti, tantissimi, fino a star male. E tuttavia tornare a mangiarne ancora appena possibile.
La dipendenza da dolci è come quella da droga o da alcol: un problema serio e grave, perchè porta all’obesità, a disturbi circolatori e a seri rischi per la vita.
La colpa è tutta dell’ansia, disturbo sempre più diffuso nei nostri tempi. Il gusto dolce, infatti, stimola la produzione di serotonina e la serotonina calma l’ansia e regala una lunga sensazione di piacere e benessere che consola la persona e la fa star meglio. Di conseguenza si cerca nuovamente questa “consolazione”, non appena se ne ha l’occasione. Per vincere questa dipendenza, oltre all’aiuto prezioso di un bravo psicologo e di un dietologo competente, si può cercare di agire con mezzi propri. Per prima cosa fare una colazione abbondante, così da “occupare” molto spazio nello stomaco che ci renda energici per buona parte della giornata: latte e yoghurt con tanta frutta andranno bene, ci daranno sensazione di sazietà e allo stesso tempo il gusto dolce che cerchiamo, ma senza eccessi di calorie.
Quando consumiamo i pasti, stiamo attenti a farlo seduti ben comodi … mai in piedi (la fretta ci spinge a ingozzarci) nè sdraiati (la troppa rilassatezza ci fa perdere il conto dei bocconi mangiati). Cerchiamo anche di smaltire il più possibile con l’esercizio fisico. Lo sforzo ci spingerà a bere di più, eliminando così sia i grassi in eccesso che la voglia smisurata di mangiare.

I ricordi shock vanno via sognando

I sogni aiutano a superare le emozioni negative vissute
 
 
 
 
A cosa servono i sogni? A stare bene, fisicamente e mentalmente.
Si susseguono le ricerche scientifiche che dimostrano come sognare sia un'attività benefica per l'organismo. L'ultima in ordine di tempo si deve ai ricercatori della University of California di Berkeley (negli Stati Uniti), secondo i quali l'attività onirica notturna ci aiuta ad attenuare le forti emozioni che abbiamo vissuto durante il giorno, in modo da farci reagire in modo migliore, soprattutto di fronte alle emozioni negative, in caso si dovessero ripresentare eventi simili.

Stando ai risultati di questo studio, dunque, la fase del sonno durante la quale si sogna, la cosiddetta fase Rem (Rapid eye movement), avrebbe un vero e proprio effetto terapeutico in relazione alle esperienze emotive che abbiamo vissuto durante la giornata. Aiuterebbe infatti la parte più razionale del nostro cervello a ridimensionare le reazioni negative.
Lo studio dei ricercatori ha coinvolto 35 adulti divisi in due gruppi a cui sono state mostrate 150 immagini di forte impatto emotivo per due volte, a 12 ore di distanza. Mentre i volontari osservavano le immagini, la loro attività cerebrale veniva misurata con risonanza magnetica. Il primo gruppo ha assistito alle immagini la mattina e la sera, senza dormire nel frattempo. Il secondo invece è stato coinvolto una sera e poi il mattino dopo, quindi dormendo nel mezzo. I soggetti che dormivano hanno riportato una diminuzione significativa della reazione emotiva alle stesse immagini mostrate il mattino dopo.
La risonanza magnetica ha infatti mostrato una drastica riduzione della reattività dell'amigdala, la parte del cervello che elabora le emozioni: la corteccia prefrontale aveva ripreso il controllo delle reazioni emotive dei partecipanti all'esperimento. In più, le registrazioni durante la notte dell'attività elettrica cerebrale hanno fatto scoprire una riduzione, durante il sonno, dei livelli di stress neurochimico.

Se il meccanismo non funziona

A quanto si legge sulla rivista scientifica "Current Biology", la scoperta potrebbe spiegare perché le persone che soffrono di disordine da stress post-traumatico, per esempio i veterani di guerra, abbiano spesso incubi. Secondo gli scienziati, infatti, probabilmente potrebbe essere malfunzionante questo elemento terapeutico del sonno: quando, per un qualunque motivo, si innesca un ricordo, un flashback, l'emozione che si prova è interamente quella che si è vissuta la prima volta, perché non c'è stata l'attenuazione emotiva esercitata dal sogno

consulenza psicologica online

Per venire incontro alle numerose richieste, è attivo da oggi un Servizio di Consulenza Psicologica Online.
Il servizio è adatto a tutte quelle persone (maggiorenni) che, a causa della distanza, non riescono a raggiungere facilemente le sedi del Dott. Fabio Gherardelli a Carpi (Mo), Reggio Emilia e Rovereto s/s - Novi di Modena (Mo).
Per accedere al servizio è sufficiente andare alla pagina CONSULENZA PSICOLOGICA ONLINE e compilare l'apposito modulo.
Il SERVIZIO di CONSULENZA ONLINE utilizza due metodi:
- La VIDEOCHIAMATA, attraverso il programma gratuito SKYPE;
- La posta elettronica e-mail

Il gioco d'azzardo e l'amigdala

 
 
Che la vita fosse una sorta di game in cui sopravvive il più abile e fortunato, lo si sapeva già. Che il fine proprio della vita fosse il game in senso stretto, ovvero il gioco d’azzardo, nessuno forse l’aveva intuito.
Sembra che gran parte della popolazione globale, il 29,2% circa, sia dedita a scommesse da capogiro. Un microcosmo di giocatori, talvolta insospettabili talaltra apertamente dichiarati, vive tra noi ma percepisce le paure in maniera molto diversa.
Secondo una ricerca diretta dal prof. Benedetto De Martino dell’Università della California, la dipendenza dal gioco d’azzardo, in alcuni casi è una vera e propria necessità esistenziale; un fine che giustifica qualsiasi mezzo.
“ La dipendenza – spiega De Martino – è dovuta ad un difetto dell’amigdala, la parte del cervello che guida le nostre emozioni ancestrali, quali paura e aggressività. La sua imperfezione è conseguenza logicamente prevedibile della disattivazione dei freni inibitori che, normalmente ci difendono dal rischio di perdite economiche”.
I ricercatori californiani hanno studiato minuziosamente il comportamento di volontari sani ed affetti da micro-lesioni dell’amigdala, sottoponendoli a giochi con vincite in denaro.
Il risultato dell’analisi metodica ha reso evidente una significativa dicotomia di pensiero e di percezione. I soggetti sani erano propensi a rischiare l’intero capitale solo se la posta in palio era il doppio della potenziale perdita.
Invece, i soggetti con amigdala lesa, accecati dal tavolo verde e dal denaro, giocavano in ogni caso, senza alcuna preoccupazione.
Secondo De Martino, il difetto cerebrale dell’amigdala fa sì che il soggetto percepisca la realtà e le paure in maniera tanto irrisoria da generare contegni altamente dispendiosi.

Immagini-shock non spaventano i fumatori

L'astinenza dal fumo inibisce l'attività dell'amigdala, l'area del cervello che controlla la paura.
Lo dimostra uno studio tedesco pubblicato dalla rivista Human Brain Mapping, secondo cui per un fumatore è sufficiente stare lontano 12 ore dalle sigarette per perdere il controllo dei centri che servono a percepire la paura. Per questo motivo, spiegano i ricercatori, se l'intento è quello di spingere ad abbandonare il vizio del fumo, servirebbero a poco le immagini di tumori al polmone che Stati Uniti e Comunità Europea vorrebbero porre sui pacchetti di sigarette. “In chi smette di fumare l'attività del centro della paura si riduce così tanto che non è più recettiva a queste foto spaventose”, spiega René Hurlemann dell'Universitätsklinikum di Bonn (Germania), coordinatore della ricerca. Tuttavia, queste immagini potrebbero essere utili per dissuadere i non-fumatori dal cedere al vizio. In chi non fuma, infatti, l'amigdala è normalmente attiva e la paura è pronta a centrare l'obiettivo. Per dimostrarlo i ricercatori hanno eseguito scansioni cerebrali di fumatori abituali, confrontandole con quelle di non-fumatori, mentre osservavano immagini di volti felici, impauriti o con espressione neutrale. Normalmente l'amigdala si attiva alla vista dei volti impauriti, ma se i fumatori erano in astinenza da sigarette da almeno 12 ore il processamento delle emozioni risultava fortemente compromesso.

Demofobia, la paura di stare in luoghi affollati

È un problema che affligge diverse persone, se non controllato a dover può sfociare anche in seri attacchi di panico.
Un gruppo di amici in vacanza, la serata dopo il mare da organizzare nella località di villeggiatura che avete scelto ma una enorme difficoltà a conciliare le esigenze di tutti, perché c'è sempre qualcuno - e sempre la stessa persona! - che declina qualsiasi invito, sia che si tratti di un concerto, sia di una sagra di paese, sia di una innocente seconda visione al cinema.
Pensi che il suo sia snobismo, perché ti sei resa conto che tende a evitare qualsiasi situazione in cui si ritroverebbe tra moltitudini di comuni mortali, ma ignori che il problema che gli impedisce di accettare è proprio lì, nella sua paura della gente. Il termine scientifico è “demofobia”, e indica lapaura irrazionale di trovarsi in mezzo alla folla.
Chi soffre di questo disturbo, quasi sempre collegato all'agorafobia (la paura degli spazi aperti) mette in atto le cosiddette condotte di sviamento, eliminando dal suo agire qualsiasi posto in cui pensa di poter star male. In altre parole, è assalito da un'ansia anticipatoria. Il suo inconscio “ragiona” in questo modo: “se vado in un posto pieno di gente e mi sento male sarà difficile per me poterne uscire, per cui è meglio restare a casa, o in un altro posto dove sono o mi sento al sicuro e niente di brutto potrà accadermi”.
Sono i sintomi classi dell'attacco di panico, che nel demofobico può scatenarsi non solo in una piazza gremita, ma anche su un autobus sovraffollato con sensazione imminente di morte, tachicardia, sudorazione, mancanza d’aria. Questi sintomi derivano dal fatto che, ipotizzando di trovarsi in una situazione di reale pericolo, l'organismo in ansia ha bisogno della massima energia muscolare a disposizione, per poter scappare, scongiurando il pericolo e garantendosi la sopravvivenza. La cosa più sbagliata da fare, come in tutte le fobie, è rimproverare al fobico la sua paura: le persone che soffrono di demofobia – come di qualsiasi altro disturbo d'ansia - si rendono perfettamente conto dell'irrazionalità delle loro reazioni emotive, ma non riescono a controllarle. Farglielo notare non gli risolve il problema e li conduce a uno stato di prostrazione.
Nei casi lievi la demofobia si affronta con un ciclo di sedute di psicoterapia cognitivo-comportamentale, attraverso l'utilizzo di tecniche di esposizione graduata agli stimoli temuti. Il paziente viene avvicinato progressivamente agli stimoli che innescano la paura, fino ad arrivare nel giro di 4 o 5 settimane, a esposizioni molto più forti, a contatto diretto con ciò che lo terrorizza (nel cado del demofobico l'andare in luoghi affollati). L'approccio cognitivo-comportamentale può spaventare molto le persone che soffrono di una fobia, che devono affrontare a viso aperto proprio la situazione temuta, ma con l'aiuto di un terapeuta esperto, garantisce il successo nel 90-95% dei casi. Alcuni psicologi, per rendere più efficace il metodo, insegnano al paziente strategie di rilassamento fisiologico, come alcune tecniche di respirazione, che la persona fobica dovrà utilizzare poco prima di esporsi agli stimoli ansiogeni. Nei casi più gravi di demofobia è indispensabile abbinare alla psicoterapia una terapia farmacologica, sotto stretto controllo medico.

Amigdala e animali

Guardare gli animali risveglia il cervello ‘primitivo’
Entra in gioco l’amigdala, la parte più antica del cervello
 
 
 
Ogni volta che guardiamo un animale, si risveglia una delle parti del cervello più antiche dal punto di vista evolutivo, ovvero l'amigdala, quella struttura a forma di mandorla in cui nascono le emozioni, compresa la paura. Questo fenomeno potrebbe essere un'eredità dei nostri antenati delle caverne, che negli animali dovevano riconoscere prede succulente da cacciare o pericolosi predatori da cui fuggire.
E’ quanto emerge dallo studio pubblicato su Nature Neuroscience, condotto da un gruppo internazionale di ricercatori coordinato da Florian Mormann, esperto di neurobiologia dell'università tedesca di Bonn.
La ricerca è stata eseguita su un gruppo di 40 persone che si sono sottoposte a un delicato intervento chirurgico al cervello per curare una forma di epilessia resistente ai farmaci. Prima dell'operazione, nel loro cervello sono stati impiantati degli elettrodi che registrano l'attività delle cellule nervose, in modo da scoprire quali neuroni scatenano gli attacchi epilettici e devono quindi essere colpiti chirurgicamente. Approfittando di questa delicata procedura pre-operatoria, i ricercatori hanno usato gli stessi elettrodi per vedere quali aree cerebrali si attivano quando al paziente vengono mostrate immagini che ritraggono animali, paesaggi, persone e oggetti.
Grazie a questo esperimento, i ricercatori hanno verificato che la vista degli animali provoca l'attivazione della parte destra dell'amigdala, quella porzione piu' antica del cervello che gestisce i processi emotivi. Per confermare che questo fenomeno si verifica in tutte le persone e non solo nei soggetti epilettici, Mormann e i suoi hanno pensato di ripetere l'esperimento con alcune persone sane, ovviamente senza ricorrere agli elettrodi impiantati nel cervello ma usando un esame non invasivo, ovvero la risonanza magnetica funzionale. Anche in questo caso, la lettura dell'attività dei neuroni ha confermato l'accensione della 'mandorla delle emozioni'.
 
 

L'ansia e l'amigdala

Identificato l’interruttore dell’ansia.
È un groviglio di neuroni, che, a seconda della tipologia di stimolo ricevuto, promuove o allevia lo stato d’animo. La ricerca, pubblicata su Nature, è stata realizzata con una tecnica pionieristica che integra ottica e genetica.
Il segreto dell’ansia è nell’amigdala. È lì che un gruppo di ricercatori coordinati da Karl Deisseroth, professore associato di Psichiatria, Scienze comportamentali e Bioingegneria della Stanford University, ha identificato una rete di neuroni in grado di accenderla e spegnerla.
Un vero e proprio interruttore, la cui conoscenza potrebbero cambiare la storia di questo disturbo che rappresenta la più frequente tra le malattie psichiatriche, nonché una delle principali cause di depressione e abuso di sostanze.
Karl Deisseroth è un pioniere dell’integrazione tra genetica e ottica ed è con questa tecnica che il gruppo è riuscito a identificare l’interruttore in esperimenti condotti su topi.
In realtà, questa interessante ricerca, conferma i risultati a cui era già arrivato qualche anno fa il famoso neuroscienziato Joseph Ledoux (basta leggere il suo famoso libro "Il cervello emotivo").
L'amigdala, dunque, è come un interruttore che si attiva ogni volta che percepiamo un pericolo.
La psicoterapia, per essere efficace, deve tenere conto di questo. Curare l'ansia significa imparare a modificare il nostro rapporto con l'amigdala. Quella che nel mio libro "Sulle ali del panico" chiamo la valvola.

Come affrontare e superare rapidamente il panico, le fobie e le ossessioni

Fabio Gherardelli
 
Sulle ali del panico:
 
come affrontare e superare rapidamente il panico, le fobie e le ossessioni
 
Editore Aurelia
 
 
 

Il business delle false malattie

 
L'INCHIESTA ITALIANA
 
Il business delle false malattie

Ecco i trucchi delle industrie Si moltiplicano le giornate dedicate a una patologia: sono 60 a livello nazionale. Osteoporosi, menopausa e timidezza: un tempo non erano considerate disfunzioni, ora sì. E sale il costo per sanità pubblica e famiglie: 4 miliardi all'anno. Ecco come le major del medicinale riescono a venderci farmaci inutili di MICHELE BOCCI NON CE n'è nemmeno uno. Sul calendario non sono rimasti più mesi, settimane o giorni liberi da malattie. Da prevenire, scoprire prima possibile, sconfiggere, studiare o raccontare a chi sta bene. Cancro, alzheimer, sclerosi multipla, aids sono protagoniste ogni anno di giornate mondiali o italiane, regionali o cittadine. Ma anche la menopausa, l'osteoporosi, l'incontinenza e addirittura la stipsi hanno i loro periodi dedicati, con appuntamenti nelle piazze, davanti ai supermercati, negli ambulatori. Sotto gazebo montati in centro si misurano glicemia e pressione, si fanno valutazioni odontoiatriche e audiometriche ai passanti. C'è un palcoscenico per ogni problema, che sia infettivo e raro come la meningite oppure diffusissimo come l'ipertensione. Molti forse non sanno che in Italia si celebra anche il mese della prevenzione degli attacchi di panico.

Quanti sono gli appuntamenti dedicati alle malattie? Quelli nazionali almeno 60 l'anno, poi ci sono le manifestazioni locali e il numero sale a 300. In molti, tra medici, farmacologi e responsabili di associazioni di malati, sono convinti che sia troppo alto. Spesso l'invito agli screening e il messaggio che molti non sanno di avere una certa patologia, oltre ad avere effetti positivi, creano ansie e timori. E fanno consumare sempre più sanità: esami, visite e medicinali. È ciò che vuole l'industria farmaceutica, che in Italia fattura oltre 25 miliardi di euro all'anno. Lavora per far guarire da problemi seri ma anche per allargare il mercato, un po' come si fa con i detersivi. Le giornate del malato, normalmente importanti, possono essere un efficace strumento di marketing, e diventare una delle linee di produzione della fabbrica delle malattie.

Quali sono i meccanismi utilizzati per riempire di medicine i nostri armadietti del bagno? Il punto di partenza è la ormai nota frase pronunciata oltre trent'anni fa dal pensionando direttore Merck, Henry Gadsen: "Sognamo di produrre farmaci per le persone sane". Da allora la fabbrica ha scoperto tanti medicinali importanti ma ha anche prodotto nuove patologie e nuovi malati. Eventi naturali della vita come l'invecchiamento e il parto o stati d'animo come la timidezza, oggi, nella grande corsa al benessere assoluto, sono considerati problemi di salute. Così nessuno di noi si sente sano fino in fondo. Probabilmente Gadsen ne sarebbe soddisfatto.

I problemi di salute in piazza
L'idea di partenza è meritoria: portare una patologia in piazza per farla conoscere e magari raccogliere soldi per ricerca e assistenza. Il sistema però è cresciuto a dismisura. "Si rischia di incentivare il consumo di prestazioni sanitarie e di medicine", dice Marco Bobbio, primario di cardiologia a Cuneo e autore per Einaudi del libro "Il malato immaginato". "Tra gli organizzatori delle giornate c'è certamente chi ha uno scopo specultativo. Anche perché nessuno ha mai verificato con studi scientifici se queste iniziative aiutano i pazienti a curarsi meglio o magari spingono qualcuno che ha scoperto i sintomi di un problema ad accentuare artatamente i suoi disturbi, sottoponendosi a esami inutili". E magari a consumare più farmaci.  Ma quanti tra coloro che partecipano a una campagna sanno già di avere quel problema di salute?

"L'impressione è che si faccia coinvolgere chi è già seguito per la patologia a cui è dedicata la giornata - dice Bobbio - Chi fuma non va al banco per la prevenzione del tumore al polmone fuori dal supermarket".
A organizzare questi appuntamenti di solito sono associazioni di malati, con l'appoggio di una società scientifica e il contributo dell'industria. Un evento di medie dimensioni al privato può costare anche 100-150mila euro. Le case farmaceutiche credono in queste iniziative. E non solo loro. Sempre più aziende cercano visibilità per i loro prodotti attraverso i problemi di salute. La giornata dell'osteoporosi oltre a sponsor come Procter & Gamble (che vende un farmaco per questo problema a base di risedronato), o Lilly Italia, quest'anno ha avuto la partnership dell'acqua Sangemini. Sul suo sito la società spiega anche di aver pubblicato un "opuscolo esplicativo sulle proprietà dell'acqua Sangemini, sulla prevenzione e la cura dell'osteoporosi per la donna fashion, ma anche attenta al suo benessere". Il tutto per un problema passato negli ultimi anni da fattore di rischio a malattia, secondo alcuni proprio grazie all'impegno dell'industria. Negli Usa si calcola che le visite per l'osteoporosi siano triplicate dall'introduzione sul mercato del farmaco alendronato della Merck.

Al di là delle normali e lecite sponsorizzazioni, esistono appuntamenti organizzati a tavolino per vendere farmaci? Per dare una risposta basta la storia della "settimana nazionale per la diagnosi e la cura della stitichezza". "In Italia è stata fatta per ben tre anni consecutivi - spiega Bobbio - Si volevano sensibilizzare medici e cittadini sulla necessità di curare questo problema in previsione dell'arrivo sul mercato di un farmaco". Quel medicinale era a base di tegaserod ed era prodotto dalla Pfizer, che l'ha ritirato dal commercio in Europa nel 2007, perché sono stati segnalati casi di problemi cerebro-vascolari tra chi lo aveva preso. "E dall'anno dopo la settimana della stitichezza è scomparsa - dice Bobbio - dimostrando che il grande interesse "scientifico" era ingigantito per preparare il lancio commerciale".

Curare malattie che una volta non erano malattie
Le giornate del malato, come certi studi clinici, i convegni e le pubblicità, in alcuni casi possono essere utilizzate per il cosiddetto disease mongering, la creazione a tavolino delle malattie. La stessa osteoporosi, la menopausa, la timidezza, un tempo non erano considerate patologie, ora sì. Una recente ricerca scientifica svolta negli Usa e pubblicata da Social science & medicine, prende in considerazione una decina di situazioni (ansia, deficit di attenzione, insoddisfazione della propria immagine, disfunzione erettile, infertilità, calvizie, menopausa, gravidanza senza complicazioni, tristezza, obesità, disordini del sonno) che sono state medicalizzate, alcune magari anche giustamente, negli ultimi anni e calcola che costino ogni anno alla sanità Usa 77 miliardi di dollari, il 3,9% della spesa. Quanto costa in Italia medicalizzare le patologie che un tempo non esistevano? Rispettando le proporzioni con l'America, circa 4 miliardi di euro. Di recente il British medical journal ha pubblicato il lavoro di un ricercatore australiano, Ray Moynihan, il quale sostiene che il mito della scarsa libido delle donne è stato creato dalle case farmaceutiche, per vendere una versione femminile del Viagra fino ad ora mai scoperta.

Come si aumenta il numero di pazienti
La fabbrica delle malattie non si accontenta mai. Si muove anche per far crescere il numero di persone a rischio. "Basta abbassare il limite della pressione, della glicemia o del colesterolo considerati pericolosi", spiega Roberto Satolli, medico e giornalista dell'agenzia Zadig, che realizza il sito www. partecipasalute. it. "Negli anni Sessanta si era ipertesi con 160-90, negli anni Ottanta e Novanta con 140-90 e adesso con 120-80. Si sposta un po' la soglia e milioni di persone vengono inserite tra coloro che devono prendere dei farmaci". Il colesterolo un tempo era considerato alto dai 240 in su, adesso anche ben al di sotto dei 200. Un sensibile allargamento del mercato potrebbe essere dovuto proprio in questo periodo al Crestor di AstraZeneca, uno dei medicinali della famiglia delle statine più efficaci per abbassare il colesterolo e quindi prevenire l'infarto. Di recente l'Fda, l'agenzia Usa per il controllo dei farmaci, ha approvato l'estensioni delle indicazioni alle persone senza problemi di colesterolo ma con alti livelli della proteina C-reattiva (un marcatore di infiammazione) e con un fattore di rischio cardiovascolare, come fumo, ipertensione, sovrappeso. Il New York Times ha spiegato come uno studio su larga scala dimostri che, rispetto al placebo, il Crestor per questi soggetti fa scendere la probabilità di un attacco di cuore da 0,37% a 0,17. Il quotidiano fa notare che per prevenire un infarto "a cui normalmente si può sopravvivere" vanno trattate 500 persone. Che magari sono grasse e quindi potrebbero abbassare quel fattore di rischio. Il Nyt calcola che, con l'allargamento dei parametri, 6,5 milioni di americani diventino potenziali utilizzatori del Crestor.

Le statine sono sempre più usate ovunque, da noi il consumo aumenta del 20% all'anno. Si tratta di farmaci che hanno rivoluzionato la cura dei problemi cardiovascolari. Lo sottolinea Sergio Dompé, presidente di Farmindustria: "Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una riduzione di queste patologie senza precedenti. Del resto, più in generale, oggi stiamo meglio di una volta, in 15 anni ne abbiamo guadagnati 3 di vita. Le aziende fanno i loro interessi, ma quando lavorano correttamente perseguono anche il bene della collettività. Certo, alcuni sprechi si possono ridurre. E come dico sempre: il miglior farmaco è avere un bravo medico". Uno dei pilastri della fabbrica delle malattie è il marketing. Ma come si fa a vendere un farmaco?

L'imbuto e il "disease awareness"
Bisogna essere oltre che disinvolti anche scientifici. "I medici sono classificati a seconda della loro capacità di condizionare i colleghi. In cima ci sono gli influenzatori, bravi a parlare in pubblico e seguiti da tanti altri dottori quando si tratta di fare una prescrizione. Poi ci sono gli influenzati ma anche categorie come gli early adopters, gli appassionati delle novità, che amano essere i primi a fare le cose". A parlare è Luca (il nome è finto), che da anni lavora negli uffici marketing del farmaceutico. "A parte l'utilizzo degli informatori, sono importanti i congressi. Si sponsorizzano gli organizzatori e si fanno mettere letture o tavole rotonde incentrate non sul brand del tuo farmaco, cosa vietata, ma sul principio attivo o sulla patologia. Avere questo spazio scientifico costa diverse decine di migliaia di euro. Per il tuo simposio ingaggi i relatori, che paghi tra i mille e 5mila euro, e anche il pubblico, cioè i medici che seguono la patologia di cui si parla e che ospiti al congresso". Il fine è quello di vendere più farmaci. "Si pensi a un imbuto - dice Luca - Se ho 100 persone che prendono determinati medicinali e la mia azienda copre il 50% del mercato, serve a poco ed è faticoso strappare alla concorrenza il 2 o 3%. A me che sono leader, conviene aumentare i pazienti, farli diventare 200 allargando l'ingresso di quell'imbuto. Si cerca di ridefinire la malattia per poter dire che ne soffre anche chi prima non l'aveva. E partono le campagne di disease awereness, cioè di consapevolezza, fatte un po' in buona fede e un po' in malafede. Esiste sempre una quota di persone che non sa di avere una certa malattia: è giusto fargliela scoprire. Così, ad esempio, si organizzano le giornate".

La ricerca in mani private
Le multinazionali hanno in mano la ricerca. Lo spiega Nicola Magrini, farmacologo direttore del Ceveas, che si occupa di valutazione e linee guida sull'uso dei farmaci per la Regione Emilia Romagna e per l'Istituto superiore di sanità. "Negli Usa, pubblico e privato investono nella ricerca il 50% a testa - spiega - Da noi il pubblico finanzia solo una piccola parte degli studi. Bisognerebbe almeno favorire l'effettuazione di ricerche a cui partecipano più aziende: confrontando più farmaci si bilanciano gli interessi di tutti". Ma cosa sanno i singoli medici dei risultati della ricerca scientifica? "Negli ambulatori arrivano depliant patinati, non informazioni. Il sistema sanitario dovrebbe dare la possibilità a ogni dottore di accedere alle migliori evidenze scientifiche". Crede nelle collaborazioni tra privati per la ricerca anche Dompé. "Capita sempre più spesso che più aziende investano sullo stesso progetto, il nuovo paradigma è collaborare per competere". Il presidente di Farmindustria spiega che nel settore in Italia c'è ancora da fare. "Siamo indietro senza dubbio come struttura industriale, e ancora di più come sistema paese. Ma stiamo crescendo. Il pubblico non può avere i soldi per pagare gli studi sui farmaci, che durano in media 12 anni e mezzo. Allora deve far in modo di individuare centri di eccellenza, e ce ne sono, in grado di competere a livello mondiale e investire solo su quelli".

Siamo tutti doloranti?
Proprio in questo periodo nel nostro paese potrebbe allargarsi il famoso imbuto. Sta partendo la campagna "dolore misterioso", negli studi dei medici di famiglia saranno messi volantini e poster per insegnare a riconoscere il dolore neuropatico e descriverlo (come bruciante, lancinante, formicolante, freddo o folgorante). È stato creato anche un sito www. doloremisterioso. it. L'iniziativa vede impegnate la Fimmg, sindacato dei medici di famiglia, la Simmg, la società scientifica di questi professionisti, e l'associazione Cittadinanzattiva. Sponsor è la Pfizer. Cioè l'azienda farmaceutica che produce il Lyrica, nato quando un prodotto simile della stessa azienda, il Neurontin, è diventato generico (peraltro dopo aver fatto prendere al produttore una multa della Fda da circa 450 milioni di dollari per campagne di marketing scorrette e mancata pubblicazione dei dati di studi negativi). Il Lyrica è a base del principio attivo pregabalin, indicato come terapia aggiuntiva negli adulti con attacchi epilettici, nell'ansia generalizzata ed è l'unico prodotto sul mercato per il trattamento del dolore neuropatico periferico, un problema che con l'approvazione della legge su cure palliative e terapia del dolore è diventato trattabile anche dai medici di famiglia, con gli specialisti. Intanto sul sito tutti possono fare un questionario sul proprio dolore, stamparlo e portarlo ai loro dottori. Se questi prescriveranno il Lyrica lo sapremo nei prossimi mesi. Quando si conosceranno i dati delle vendite.
 

Soluzioni rapide a problemi complicati

Pensare che quando un problema è complicato e persistente da tanto tempo, occorreranno terapie altrettanto lunghe e faticose, è una credenza molto diffusa. Tale credenza non si basa su ricerche scientifiche, ma solo sul cosiddetto "senso comune". In altre parole è un vero e proprio "mito", e come tale bisogna smontarlo. I problemi umani, anche i più complessi, sono sempre dei veri e propri circoli viziosi ed i fattori che li mantengono e li rafforzano sono sempre rintracciabili nel presente della persona, non nel suo passato!!
Il passato non cambia: si vive oggi, si vive domani, come diceva Milton Erickson, e bisogna agire sui fattori che mantengono oggi il problema.
Facciamo un esempio: una fobia non è altro che un apprendimento emotivo (come spiego e approfondisco nel mio libro "Sulle ali del panico"), così come il disturbo da attacchi di panico. I fattori che mantengono e rafforzano le fobie di solito sono gli stessi per tutte le persone: il primo ed il più importante ad esempio è l'evitamento, ossia evitare le situazioni temute. Come posso superare una fobia se non affronto l'oggetto fobico??? Posso pensare e ripensare al mio passato e cercare di dare un senso ed un significato alla mia fobia, ma di certo essa non passa. Occorre disapprendere la fobia, e per farlo occorre affrontare, meglio se gradualmente, l'oggetto temuto.
Per il disturbo da attacchi di panico, ovvero "la paura della paura", alcuni dei fattori principali che mantengono il circolo vizioso sono l'evitamento, i cosiddetti comportamenti protettivi o di protezione, l'ascolto di se stessi e delle proprie sensazioni, l'interpretazione erronea delle stesse sensazioni. Se non agiamo su tali fattori, non sarà possibile rompere il circolo vizioso e risolvere il problema.
Ecco perché, allora, curare l'ansia significa agire sul circolo vizioso ed in particolare sui fattori presenti che lo mantengono in vita, in modo così da romperlo.
Per rompere un circolo vizioso non occorrono anni e nemmeno decenni!!
Nella mia prospettiva, una buona psicoterapia breve dovrebbe agire su tali circoli viziosi: nel giro di poco tempo la persona, anche se da tanti anni soffre di quel problema, riesce a risolvere la sua patologia e ritorna al proprio naturale benessere.
 

New 2010

LUGLIO 2010
[il testo è preso integralmente da http://ipnosi-strategica.blogspot.com ]
 
Ipnosi e ictus: Jill Bolte Taylor e il Giardino della Mente
 
 
 
 
Per vederlo, hai bisogno di Flash Player.
How it feels to have a stroke
How it feels to have a stroke
 
In questo video preso dal TED(Technology Entertainment Design) è possibile seguire l'appassionante racconto della neuroscienziata e ricercatrice Jill Bolte Taylor (premendo sulla scritta view subtitles è possibile selezionare i sottotitoli in italiano).
Nell'emozionante descrizione della sua esperienza a seguito dell'ictus, Jill accede alle potenzialità dell'emisfero destro, quello che lei chiama "la, la, land" e che noi conosciamo con il nome di "inconscio".

La descrizione dell'esperienza della dottoressa Bolte Taylor è una sintesi eccezionale di quella che è un'esperienza di contatto profondo con le proprie risorse inconsce così come avviene durante l'esperienza della trance ipnotica. La descrizione delle sensazioni espanse, la percezione alterata dello scorrere del tempo, la sensazione di poter vivere completamente il "qui ed ora" con un profondo senso di pace interiore e benessere.

Ognuno vive diversamente l'esperienza di trance ipnotica, ma il senso di pace, la mancata percezione dello scorrere del tempo e la piacevole perdita di contatto con la realtà esterna sono caratteristiche tipiche di qualsiasi esperienza di trance.
Per visualizzare il video con sottotitoli in italiano clicca su http://ipnosi-strategica.blogspot.com
 
 
 
MAGGIO 2010
 
 
Il sito è stato rinnovato completamente nell'aspetto grafico! Buona navigazione!
 
 
 
 
 
Ciao,
qualche tempo fa abbiamo parlato di quanto sia importante imparare a costruire la capacità di sentirsi felici utlizzando un esercizio sulla gratitudine che ci è stato insegnato da Martin Seligman il fondatore della Psicologia Positiva.
 
Seligman dice che l'unico modo per "uscire dal deserto emotivo" è cambiare i nostri pensieri riscrivendo il nostro passato.
 
Ciò si ottiene in potenzialmente in 3 modi:
  1. perdonando;
  2. dimenticando;
  3. rimuovendo i ricordi negativi.
Mentre provare volontariamente a rimuovere o dimenticare il ricordo di un evento doloroso aumenta la presenza del ricordo stesso nella nostra mente, imparare a perdonare lascia intatto il ricordo ma trasforma il dolore diminuendo l'impatto che questo ha su di noi.
 
"non perdonando non riuscite a nuocere al colpevole; perdonando potete giovare a voi stessi".
 
Per imparare a perdonare si può seguire il procedimento REACH sviluppato dal Dott. Everett Worthington.
 
"La mattina del capodanno del 1996 Everett Worthington riceve una terribile telefonata dal fratello: apprende che nella notte dei vandali sono entrati a casa della madre, l'hanno stuprata e picchiata a morte con una spranga di ferro. Il fratello riferisce che dappertutto sul tappeto e sui muri della casa si vedono ancora i segni di quella violenza."
 
Visto l'importanza che ha questa abilità ti descrivo nel dettaglio i 5 passi del metodo REACH sviluppato da Worthtington:
 
R: Rievocare: visualizzare l'accaduto utilizzando tecniche di respirazione, respiri profondi e lenti che contribuiscano a calmare.
 
E: Empatia: mettersi nei panni del colpevole, capire perchè fa quello che vi fa o vi ha fatto. Raccontare una storia plausibile che il colpevole racconterebbe per spiegare il suo gesto.
 
A: Concedere il dono altruistico: ripensate ad un episodio in cui vi sentivate in colpa per qualcosa che avete fatto e siete stati perdonati. E' stato un dono che vi è stato fatto da un'altra persona quando e perché ne avevate bisogno e gliene siete stati grati.
Concedere questo dono ci fa sentire meglio e ci toglie il senso di impotenza.
 
C: Confermare: confermare pubblicamente il vostro perdono.
Scrivere un "certificato di perdono" o una lettera a chi ci ha fatto male, appuntarlo nel proprio diario, scrivere una poesia o una canzone, raccontarlo ad un amico fidato.
Ognuna di queste cose corrisponde ad un Contratto di Perdono.
 
H (in inglese sta per hold): saper Tenere fede al proprio perdono.
Anche se i ricordi del torto subito tenderanno a ripresentarsi, tener fede al contratto di perdono aiuta a cambiare quello che associamo al ricordo evitando di venire ossessivamente angosciati dal pensiero di quel ricordo.
 
Esistono attualmente 8 studi documentati che misurano gli effetti del procedimento REACH di Worthington il più accurato e famoso appartiene all'Università di Stanford, dove il procedimento è stato testato su un campione di 259 adulti, utilizzando a confronto un gruppo controllo.
 
I risultati ottenuti sono stati minor collera, minor stress, maggiore ottimismo, miglior stato di salute soggettiva e maggior disposizione al perdono.(Harris, A., Thoresen, C., Luskin, F., Benisovich, S., Standard, S., Brunin, J., Evans, S.,g Effect of forgiveness intervention on physical psychosocial health, agosto 2001).
Se sei curioso e vuoi imparare l'arte del perdono visita il sito The Power of Forgiveness
 
 
 
 
 
 
Qui sotto ennesima intervista al Dott. Fabio Gherardelli e la recensione del libro "SULLE ALI DEL PANICO" pubblicata sul GIORNALE DI REGGIO di Reggio Emilia in data 19 dicembre 2009.
 
 
 
psicoterapia breve
 
 
 
Qui sotto un'intervista al Dott. Fabio Gherardelli e la recensione del libro "SULLE ALI DEL PANICO" pubblicata sul settimanale NOTIZIE di Carpi (Mo) in data 13 dicembre 2009.
 
 
 
sulle ali del panico: superare rapidamente il panico, le fobie e le ossessioni
 
 
 
 
 
Qui sotto un'altra intervista al Dott. Fabio Gherardelli e la recensione del libro "SULLE ALI DEL PANICO" pubblicata sul settimanale TEMPO di Carpi (Mo) in data 4 dicembre 2009.
 
 
 
 
 
psicoterapia breve per curare l'ansia
 
 
 
 
NOVEMBRE 2009
 
SALUTE: CON L'AUTUNNO 7 ITALIANI SU 10 SOFFRONO D'INSONNIA
 
[il testo è preso da
 
27 nov. - In Italia, 12 milioni di persone soffrono di insonnia, di cui un milione nel solo Lazio. E con il cambio di stagione, arriva il mal d'autunno per sette italiani su dieci. Gli effetti sono proprio l'insonnia e l'abbassamento dell'umore. Per informare i cittadini, domani a Roma è prevista la nuova tappa della nona giornata nazionale del Dormiresano, con gli esperti dell'Associazione italiana medicina del sonno, in collaborazione con Sanofi-Aventis, azienda farmaceutica.
L'iniziativa si inserisce nell'ambito del progetto Morfeo Dormiresano, che da quest'anno, per la prima volta, moltiplica il tradizionale appuntamento in 19 tappe in tutta Italia e in altrettanti centri di medicina del sonno Aims. "Nel Lazio - spiegano gli esperti -, come altrove, negli ultimi anni il numero di insonni è in crescita, raggiungendo una percentuale pari a circa il 20% della popolazione adulta. In questo periodo, tende a manifestarsi maggiormente anche perché legata alla diminuzione della serotonina, i cui livelli cerebrali diminuiscono nella stagione autunnale. Il cattivo sonno è dunque anche in rapporto ad una variazione negativa del tono dell'umore".
Per combattere l'insonnia, bastano anche semplici regole: riacquisire regolarità nelle attività diurne e notturne, moderare l'attività sportiva serale, evitare di assumere eccessive dosi di alcol e di cibo prima di andare a dormire, riprendere a coricarsi tendenzialmente alla stessa ora e mantenere fermo anche l'orario della sveglia mattutina in modo da ripristinare il ritmo sonno-veglia.
 
 
 
SETTEMBRE 2009
 
Qui sotto la recensione del libro "SULLE ALI DEL PANICO" pubblicata sul settimanale REPORTER di Reggio Emilia in data 4 settembre 2009 (Anno 22, numero 5)
 
 
 
 
recensione di
 
 
 
 
   
È possibile acquistare il libro e riceverlo direttamente a casa o sul posto di lavoro.
 
 
 
 
 
 
 
 
[il testo è preso integralmente da
 
OTTOBRE 2009
 
 
Luigi D’Elia - Sara Ginanneschi 
 
 
Proviamo a digitare la parola “allarme” su google e vediamo quanti suggerimenti arrivano: allarme psicosette, allarme meduse, allarme rosso, allarme terremoto, allarme tsunami. E se accendiamo la tv? Allarme influenza A, psicosi aviaria … ed è inevitabile guardare con odio il nostro compagno di viaggio in treno o in tram che per un banale raffreddore starnutisce nel nostro spazio vitale.Qualche mese fa avevamo segnalato un articolo su questi toni allarmistici riguardante le persone sofferenti di problematiche psichiche frutto esso stesso di atteggiamenti contro-fobici.Alcuni studi dimostrano come questo bombardamento mediatico possa indurre un disturbo simile per sintomatologia al Disturbo Post Traumatico da Stress, ma naturalmente di minor intensità che si manifesta con evitamento fobico delle “situazioni a rischio” percepite dalla persona.Senz’altro questo genere di notizie ed il modo con cui ci vengono date in pasto ad ogni ora del giorno, stimolano l’attenzione selettiva verso segnali di pericolo, sia interni che esterni e che spesso sono i primi indici sintomatologici della maggior parte dei disturbi d’ansia. Inoltre il continuo allarmare e tornare sui propri passi, non fa che confondere le idee, se non indurre pensieri di stampo paranoide (ritrattano tutto per non allarmare, ma la situazione è grave). Dal nostro Osservatorio ci domandiamo molte cose circa questa induzione fobico-ansiosa che parte dai media… Innanzitutto ci domandiamo se sia poi così vero che una notizia “sparata” sui registri ansiogeni venda di più o faccia più audience, o piuttosto non generi alla lunga un’inflazione ed una saturazione, già sensoriale-percettiva, ma anche semiotica, che produce nel tempo una sorta di anestesia dell’attenzione che richieda, per essere superata, di alzare sempre più la posta dell’allarmismo in una escalation senza senso. Ci domandiamo anche quale sia il confine che c’è tra diritto di cronaca, che vincola una redazione a informare sui fatti, e la tentazione allo shock gratuito in nome di un presunto picco di attenzione. Ci domandiamo, viceversa, se i media non si limitino a fotografare piuttosto una realtà di per sé shockante e a riprodurla, piuttosto che crearla o orientarla in senso allarmistico.  Quest’ultima domanda richiede probabilmente una riflessione più approfondita: forse la soglia tra riproduzione e costruzione della realtà non è così netta come la si potrebbe immaginare. Ed allora se i mass media sono nodi anonimi di una rete mimetica della realtà sociale e del clima che si respira, forse dobbiamo allargare il nostro sguardo a cosa sta accadendo nel mondo per comprendere i motivi dell’escalation di paura in corso (escalation confermata dall’aumento significativo delle patologie ansiose in Italia come in tutto il mondo occidentale). Ma per comprendere meglio prendiamo un esempio concreto e a noi vicino: il caso dell’influenza suina,l’influenza A, di cui si parla da mesi.Qui di seguito il reportage di un utente mediamente distratto/anestetizzato come potrebbe essere chiunque di noi (anzi, siamo proprio noi!), che attinge disordinatamente da tv e giornali le notizie in arrivo.
  1. Dapprima, quando il focolaio messicano è stato scoperto, la notizia ha assunto coloriture francamente apocalittiche. Le immagini dei messicani barricati in casa dal “coprifuoco” sanitario o che giravano con le mascherine e la rapida e incontrollata evoluzione pandemica del virus confermata dall’OMS, facevano pensare a certi film di fantascienza di maniera (dove solo un manipolo di sopravvissuti riesce a trovare, alla fine, il rimedio alla catastrofe).
  2. Poi, le notizie della diffusione globale (con tanto di mappe e numeri di malati e di morti per ogni paese) era solo parzialmente attutita dalle misure di sicurezza prese da ogni stato, compreso il nostro, tese alla riduzione del contagio.
  3. In seguito, le voci contrastanti sulle caratteristiche del contagio e della malattia si rincorrevano accavallandosi con il bollettino di nuovi casi di contagio, dei primi decessi, e con le contromisure tardive del mondo scientifico nella sperimentazione e diffusione del vaccino. Anche in questo caso, le notizie non erano per nulla chiare e rassicuranti: quanto è utile un vaccino non sperimentato, quanto potrebbe nuocere (magari più del virus stesso), forse non sarà pronto in tempi utili?
  4. Solo in quest’ultimo periodo, dopo serrati confronti mediatici tra esperti che consigliavano comunque l’utilizzo del vaccino ed esperti meno allarmisti (che apparivano fatalmente più superficiali rispetto ai primi), il nostro Ministero della Salute ci dice, attraverso Topo Gigio (!) che “L’influenza A è una normale influenza” e basta stare un po’ più attenti con poche ed elementari regole igieniche.
  5. Anzi, a ben vedere, i morti previsti (sempre comunque a causa di complicazioni in pazienti con altri gravi problemi concomitanti) saranno presumibilmente infinitamente meno di quanti mediamente miete una comune influenza stagionale (In Italia si stima che l’influenza stagionale causi ogni anno circa 8000decessi in eccesso, di cui 1000 per polmonite e influenza e altri 7000 per altre cause. L’84% dei decessi riguarda persone di età ≥ 65 anni. Fonte: Simg).
 Ora, a guardar bene questa parabola esemplificativa di questa attualissima notizia, veramente non ci sarebbe da stare affatto tranquilli, non certo per causa dell’influenza A e delle sue conseguenze (ormai l’abbiamo capito anche noi!), ma piuttosto per come la notizia è circolata e per gli effetti psichici che ha prodotto. Cosa deve aver capito quell’utente medio di cui si parlava prima? Cosa gli è rimasto? Come presumibilmente si comporterà nelle prossime settimane? Bene, qui i maniaci dei sondaggi di opinione si potrebbero sbizzarrire nel registrare questo o quel picco di questo o quel cluster, ma a noi, ahimè, il sondaggismo non convince.Ci rimane la sensazione che se il Ministero ci parla con la voce di Topo Gigio può voler dire due cose opposte e contrarie:
  • l o che la quota di “bufala” della notizia era fin dall’inizio elevatissima e non c’è nulla di cui preoccuparsi
  • l o che ci stanno rassicurando come bambini raccontandoci l’ennesima favoletta per non allarmarci
 Ma veniamo alle ultimissime notizie (14 Ottobre) sull’influenza A (fonte Doctor News): 
“In Italia, secondo il rapporto dell’Istituto superiore di sanità, sono poco più di 10 mila i casi di influenza A. In realtà, noi pensiamo che si sia arrivati a 50-100 mila casi, ma molte persone non si sono neanche accorte di essersi ammalate. A dimostrazione che si tratta di un’influenza molto più leggera di quella stagionale”. All’interno del programma ‘Mattino Cinque’, alla domanda se l’allarme suscitato dal virus H1N1 sia eccessivo, il Viceministro alla Salute Fazio risponde appunto che “in questa fase l’allarme è sopravvalutato, perché l’influenza A è più leggera di quella stagionale. Ma in alcune persone può essere mortale: basta una piccola febbre per causare il tracollo delle funzioni in un organismo compromesso e questo non è da sottovalutare”.
   Si, ma questo è vero in assoluto per ogni “organismo compromesso”… Perché questa inutile sottolineatura?  In tutti i casi la traccia inconscia di quanto è accaduto a livello mediatico somiglia molto ad un’angoscia sorda, acquattata profondamente dentro ciascuno di noi, non pensabile, che è pronta a tradursi in comportamenti autoprotettivi basici, istintuali, rivolti a sé e ai propri cari, che facilmente si potrebbero manifestare in incetta di vaccini, mascherine, disinfettanti e gadgettistica medica. Comportamenti accumulativi che ricordano le vigilie annunciate delle guerre o dei disastri naturali. Gli individui imprigionati dal panico e preda di istinti di sopravvivenza, sembrano da un lato imprevedibili perché pronti a tutto, in realtà finiscono per restringere drasticamente le loro territorialità psichiche e le loro capacità di discernimento e diventano sommamente prevedibili nel chiuso della propria trappola panica. In coda a questa ricostruzione mediatica relativa all’influenza A, una notazione certamente non secondaria: il costo (probabilmente elevatissimo) a carico del SSN - di tutti noi, quindi - dei milioni di vaccini acquistati e la non obbligatorietà del vaccino per nessuno, nemmeno per i sanitari. Due fatti che sembrano, se accostati, fortemente stridenti e che ci aprono scenari inquietanti.Come s’intuisce, il cerchio qui, con quest’ultima notazione, potrebbe chiudersi e rispondere contemporaneamente a molte domande relative alla società panica e ai suoi correlati massmediatici.Ci si domanda allora, volendo essere tendenziosi: ma non è che bisogna discernere poco ed essere spaventati (ma sempre nel modo sottotraccia qui descritto) per acquistare di più?Noi psicologi conosciamo bene chi siano gli acquirenti impulsivi e/o accidentali. Tutto un mondo-gigante, dai piedi di argilla, si è fondato su di loro fino ad oggi! Un individuo ansioso e subliminalmente intimorito è, dunque, un cittadino più allineato coi tempi e con le regole implicite della vita contemporanea? Sicuramente si. E se anche gli Stati sembrano comportarsi come acquirenti impulsivi, allora siamo messi proprio male. Ecco dunque che giunge una prima risposta al quesito precedente: il mass-media si limitano a fotografare la realtà di per sé shockante e a riprodurla, piuttosto che crearla o orientarla in senso allarmistico? Sembrerebbe che le nostre stesse basi psico-politiche necessitino di una certa dose di paura sorda per poter far girare la macchina. Non certo perché esista un demiurgo crudele che abbia deciso a tavolino questo, ma proprio perché il panico sembrerebbe un ingrediente necessario nell’attuale “minestra”. E soprattutto, dal punto di vista psicologico, se il nemico non si concreta all’esterno (terrorismo, terremoto, povertà, delinquenza), come talora accade, finisce per esplodere all’interno di noi.Nulla come un virus letale rappresenta il protagonista del peggiore incubo, in quanto incarna sia il nemico esterno che quello interno: un oggetto esterno che in quanto invisibile e contagioso diventa immediatamente interno. Il virus rappresenta dunque una paura al quadrato, il male che prende forma in noi e ci possiede, una riedizione moderna della peste, ma una peste psichica. Chi fa parte ancora dell’incubo? E chi si è già svegliato e lo può raccontare ad una persona amica?
 
 
 
 
LUGLIO 2009
 
 
a partire dal 15 LUGLIO 2009 sarà disponibile nelle migliori librerie
(anche on-line) il libro
 
                               SULLE ALI DEL PANICO:
                       Come affrontare e superare rapidamente il
                                panico, le fobie e le ossessioni 
   
 
 
    
 
 
 
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25/05/09
 
Purtroppo mi capita sempre più spesso di vedere in televisione programmi sugli attacchi di panico dove vengono dette cose perlomeno imprecise e inesatte. Sento che gli attacchi di panico sono una "malattia del cervello" e come tale servono i farmaci per curarli. Chissà come saranno contente le case farmaceutiche dei vari ansiolitici (benzodiazepine) e antidepressivi... purtroppo però (o meglio per fortuna!) le ricerche scientifiche in materia non confermano tutto ciò: basterebbe essere informati un po' meglio per non dire, soprattutto in televisione, informazioni così imprecise e inesatte.
I farmaci sono come una stampella: possono servire per restare in piedi ma non potranno mai insegnare a camminare... Nella mia pratica clinica vedo ogni giorno persone che soffrono di panico e che prendono farmaci inutilmente da tanto tempo. A volte i farmaci addirittura aggravano la situazione: ma in televisione nessuno lo dice. Peccato...
 
                                                                              Dott. Fabio Gherardelli
 
Agosto 2009
 
[il testo è preso integralmente da http://www.saluteeuropa.it ]
 
Psicoterapia e psicofarmaci: uno a zero
 
La terapia cognitiva è utile per il trattamento di molti disturbi psichiatrici, con un’efficacia pari o in alcuni casi addirittura maggiore rispetto agli psicofarmaci. La conferma arriva dalle linee guida dell’APA, American Psychiatric Association, stilate sulla base di rigorose revisioni della letteratura scientifica.
 
“La terapia cognitiva è quella che più di ogni altra è stata sottoposta a studi che ne hanno empiricamente e rigorosamente confermato l’efficacia su diverse forme di sofferenza mentale - spiega il Prof. Francesco Mancini, direttore dell’Associazione di Psicologia Cognitiva e della Scuola di Psicoterapia Cognitiva, scuole di specializzazione post-lauream in psicoterapia cognitiva.
 
“Tra i vari disturbi per i quali la psicoterapia cognitiva ha dimostrato scientificamente la propria efficacia vi sono la fobia sociale, il disturbo ossessivo-compulsivo, la depressione, gli attacchi di panico e i disturbi del comportamento alimentare, in particolare la bulimia - sostiene la prof. Sandra Sassaroli direttore di Studi Cognitivi.
 
Gli studi riportati dalle linee guida APA a supporto dell’efficacia della terapia cognitiva sono molti. Vale per tutti lo studio pubblicato sulla rivista scientifica Jama a firma del gruppo di psicoterapeuti Barlow, Gorman, Shear e Woods, condotto su 312 pazienti con disturbo di panico. I pazienti sono stati divisi in 5 gruppi diversi e curati con differenti terapie: solo imipramina (un farmaco antidepressivo di provata efficacia); solo terapia cognitiva; terapia cognitiva e imipramina; terapia cognitiva e placebo; solo placebo.
 
I risultati hanno dimostrato che la terapia cognitiva è più efficace del farmaco sul lungo periodo. Più precisamente, dopo 12 settimane di trattamento intensivo, terapia cognitiva e imipramina (sia separatamente che insieme) erano di efficacia equivalente ed entrambe superiori al placebo. Dopo 6 mesi di trattamento di mantenimento, terapia cognitiva e imipramina erano di efficacia equivalente, entrambe superiori al placebo e inoltre la combinazione di terapia cognitiva e imipramina era più efficace dei due trattamenti separati. Dopo altri 6 mesi in cui i pazienti non avevano ricevuto alcun trattamento, terapia cognitiva e terapia cognitiva con imipramina erano ancora efficaci mentre il gruppo 1 che aveva ricevuto solo imipramina non era più in condizioni migliori del placebo.
 
Ciò dimostra che la terapia cognitiva è più efficace dei soli psicofarmaci se si considera la tenuta del miglioramento nel tempo: la psicoterapia continua ad essere efficace, anche dopo la sua conclusione, al contrario dei farmaci.
 
Le linee guida dell’APA sono, dunque, una svolta nell’approccio ad alcuni disturbi psichiatrici e ridimensionano la tendenza a un esagerato ricorso agli psicofarmaci che in questi ultimi anni sono stati a volte considerati alla stregua di una panacea. “Da un’attenta analisi di queste linee guida emerge che la psicoterapia cognitiva rappresenta, ad oggi, il trattamento da consigliare al paziente come intervento elettivo per molti disturbi psichiatrici - interviene Mancini - Un rapido elenco comprende le forme di ansia e più precisamente il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo da attacchi di panico, la fobia sociale, la depressione e le ricadute, il disturbo post-traumatico da stress e i disturbi alimentari e in particolare la bulimia. Va chiarito anche che quando la terapia cognitiva non viene indicata tra i trattamenti raccomandati, non significa necessariamente che non funzioni. Può essere invece, come spesso accade in medicina, che sono ancora poche le ricerche rigorose condotte per valutarne l’efficacia.”
 
Sì quindi alle cure farmacologiche quando sono necessarie. Ma sì anche alla psicoterapia per risolvere le difficoltà psicologiche che causano i malesseri. “Il presupposto principale della terapia cognitiva - spiega il Prof. Mancini - è che la sofferenza mentale sia generata da come le persone interpretano e valutano gli eventi, in particolare se stessi e le loro relazioni più significative. Interpretazioni e valutazioni che il paziente va aiutato a riconoscere, distanziare e modificare attraverso tecniche di comprovata efficacia.
 
Le tecniche cognitive sono solo alcuni tra gli svariati strumenti di cambiamento efficaci che ha a disposizione la psicoterapia cognitiva, la quale si avvale anche di tecniche immaginativo-evocative, come l’imagery with rescripting, la visualizzazione guidata, e comportamentali, come l’esposizione con prevenzione della risposta. L’idea di fondo è quella di usare strategie di provata efficacia, adattandole in maniera specifica, per ciò che concerne i tempi e le modalità di attuazione delle stesse, alle necessità del singolo paziente; questo approccio consente la messa in atto di trattamenti che sono al tempo stesso sperimentalmente validati e clinicamente flessibili.”
 
Le numerose ricerche sperimentali condotte negli anni sui meccanismi che generano e aggravano i vari disturbi d’ansia hanno dimostrato il ruolo cruciale delle valutazioni di pericolo e dei processi cognitivi con cui si elaborano le informazioni riguardanti i pericoli stessi. Alla base dei disturbi d’ansia vi è, infatti, da una parte, una sopravvalutazione dei segnali di pericolo e, dall’altra, una sottovalutazione delle proprie capacità di fronteggiare il pericolo stesso. L’ansia di parlare in pubblico e la conseguente inibizione a farlo dipende dalla convinzione a priori di ricevere un giudizio completamente negativo a causa di una prestazione che viene ritenuta di sicuro inadeguata: è il caso della fobia sociale.
 
Con la psicoterapia cognitiva il paziente impara a gestire e padroneggiare in maniera autonoma i propri stati mentali. “Gli strumenti sono l’accertamento dei contenuti cognitivi degli stati mentali, la loro revisione critica e la loro ristrutturazione in vista di un maggiore benessere psichico” - concludono Mancini e Sassaroli.
 
 
Luglio 2009
 
A proposito della figura professionale dei COUNSELOR pubblico qui sotto la lettera di un collega psicologo inviata al portale 
ALTRAPSICOLOGIA.IT.
Mi astengo da qualunque commento (non essendocene bisogno...)
 
    [il testo è preso integralmente da http://www.altrapsicologia.it/]
 
Pubblichiamo l'intervento, in una mail-list professionale, di un collega psicologo frastornato da certa "ingenua" protervia di
neo-formati counselor.
 
Un’impiegata (la chiamerò M) mi invita a pranzo alla sua mensa
aziendale. Mi è stata presentata da amici comuni. Accetto l’invito per cortesia nei loro confronti, per curiosità, per modificare la routine lavorativa.
Dunque M ha circa 50 anni, due figli ormai adolescenti, non credo sia laureata e ha un marito dirigente di altissimo livello. Non è una famiglia toccata dalla crisi economica, ma M sente il bisogno di nuovi stimoli visto che i figli sono ormai indipendenti.
M sta per concludere un corso in counseling.
Afferma: “ho fatto crescere due figli, credo di essere stata una buona madre, perché non posso fare anche io la terapeuta?” Siccome un terapeuta assume una funzione genitoriale lei si sente legittimata ad esserlo per il fatto che è madre. Durante l’incontro mi considera un collega alla pari (il suo stato mentale è: io e te siamo due operatori del disagio mentale, anche se io non me
ne occupo). La cosa mi irrita e le lancio messaggi che sottolineano la
nostra differenza: sono 30 anni che sono laureato, sarò pure uno psicologo non eccelso, ma ho la mia esperienza, le specializzazioni, le pubblicazioni.
E’ presa dal sacro fuoco di guarire la gente: “non puoi immaginare –afferma- quanti colleghi io segua in questa azienda, qui c’è un grande malessere”. Intuisco che sono chiacchierate al bar o nei corridoi. Ad un certo punto mi dice: “scusa, ma perché sei stato così…… da averci messo tanti anni per arrivare al risultato a cui io sono arrivata in pochi anni?” Forse non trova la parola o forse non vuole ferirmi perché credo che questa sarebbe “coglione”. Confesso che ho sentito il desiderio di strangolarla, ma dal suo punto di vista non aveva tutti i torti. M mi ha voluto vedere perché vorrebbe proporre alla sua azienda, appena conseguito il diploma, un Centro counseling rivolto ai lavoratori e voleva confrontarsi “con un collega”, insomma vuole istituzionalizzare quello che fa ora.
Le dico che il suo ruolo aziendale di impiegata (passato e presente)
mal si concilia con l’intervento che lei ha in mente (però a ripensarci ora, quanti psicoterapeuti frequentano i loro pazienti fuori dal setting terapeutico?) e che la sua azienda forse può essere non interessata a prendersi cura del disagio dei lavoratori, ad esempio perché è funzionale al loro allontanamento o per la sua cultura organizzativa. Non la convinco. Mi dice che sono privo di ottimismo e rassegnato. Per lei esiste solo “chi sta male” e “chi guarisce”.
 
 
 
[ARTICOLO TRATTO DALLA REPUBBLICA DEL 16 DICEMBRE 2008]
nostalgia/studio-nostalgia.html
 
 
La nostalgia non è un male, ha un potere terapeutico
 
 
Secondo uno studio inglese rimpiangere il passato aiuta gli adulti ad affrontare il presente. Considerata una malattia fino al secolo scorso, questa sensazione è stata rivalutata da Baudelaire di SARA FICOCELLI
PUO' riaffiorare mentre siamo felici, anzi, spesso è proprio stimolata da emozioni forti. La nostalgia torna a galla per ricordarci che abbiamo un passato. E che quello che abbiamo vissuto ha avuto senso per noi. Secondo il professor Constantine Sedikides, direttore del Centro di ricerca sull'identità personale dell'Università di Southampton, Regno Unito, non si tratta di una debolezza ma di una risorsa: "Le persone nostalgiche sono in realtà le più forti, perché capaci di rimettere insieme i pezzi del passato e fare della vita un percorso compatto".
 
Con i colleghi del dipartimento di Scienze e psicologia, lo scienziato ha analizzato gli effetti della nostalgia su un gruppo di volontari. Tutti hanno reagito positivamente agli stimoli, raggiungendo uno stato di serenità rispetto a molte brutte esperienze passate. "La nostalgia ha un effetto terapeutico sulla salute mentale - si legge nel report dello psicologo
inglese - ed è fonte di positività, importante per affrontare i fantasmi di
ieri e vivere con energia il presente".
 
La sensazione che si prova di fronte a una vecchia foto, a un tramonto o all'incontro con un ex compagno di scuola non occupa insomma lo spazio di un momento ma fa da ponte tra ciò che eravamo e ciò che siamo, regalandoci la sensazione che la nostra vita abbia avuto un percorso sensato, carico di esperienze ed emozioni, nel bene e nel male.
 
"Ricordare e rimpiangere - spiega lo psicologo Fabio Guida, coordinatore
del portale di psicologia Cpsico - contribuisce al mantenimento della salute mentale. Si innesca un meccanismo di liberazione che permette di superare traumi e ricordi sgradevoli. La zona del cervello che si attiva è la corteccia, ma sono implicate anche amigdala, talamo e ipotalamo: è qui che si attivano gli impulsi che danno il feedback positivo".
 
Studi simili sono stati condotti anche dalla Sun Yat-Sen University, in Cina. Questa ricerca ha dimostrato che le persone più sole sono anche le più nostalgiche e che proprio tale sentimento permette loro di combattere la sensazione di isolamento. Non tutti gli scienziati però concordano con questa interpretazione, Secondo i ricercatori della American Academy of Pediatrics, la nostalgia di casa non solo non ha affetti terapeutici ma rappresenta una malattia. Uno studio su bambini e adolescenti lontani dalla famiglia d'origine ha mostrato che la scarsa fiducia nella novità e l'incapacità di controllare le situazioni inaspettate possono portare i più piccoli ad "ammalarsi di nostalgia", con conseguenze per il loro equilibrio mentale.
 
Ha dunque senso parlare di "potere terapeutico" di questa sensazione solo se a provarla sono persone adulte o comunque capaci di ripercorrere a ritroso la vita, attribuendo ai ricordi il giusto valore. "Come per tutto, è meglio non esagerare - continua Guida - una dose eccessiva di nostalgia può togliere preziosi spazi mentali e peggiorare la qualità di vita e i rapporti sociali, trasformandosi in patologia. Ci sono individui che non riescono a godere il presente e vivono in un costante passato".
 
Il termine nostalgia deriva dal greco "nostos" (ritorno) e àlgos (dolore) ed
è entrato nel vocabolario europeo solo nel XVII secolo grazie al medico svizzero Johannes Hofer. Era alle prese con una patologia diffusa tra i connazionali, costretti dall'arruolamento come truppe mercenarie: "nostalgia" era la designazione dotta del "dolore per la lontananza da casa", stato che talvolta portava i soldati alla morte.
 
do nothing Da quel momento la parola è diventata sinonimo di disturbo psichico e solo grazie alle poesie di Baudelaire ha cominciato a essere interpretata sotto una luce diversa. Scriveva Antoine da Saint-Exupèry: "Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini per raccogliere la legna
e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito". Una spinta emozionale che, come confermano gli scienziati di oggi, nella giusta misura sa essere più efficace di tante medicine.
 
 
 
 
 
[il testo è preso integralmente da http://www.katamed.it]
 
Psicoterapia Comportamentale per perdere peso
 
Nei pazienti obesi ed in sovrappeso a rischio di malattie cardiovascolari, un intervento comportamentale per la perdita di peso risulta efficace e
consente al paziente di mantenere il peso raggiunto. Questi interventi spesso ottengono un successo a breve termine, ma i casi di nuovo aumento di peso sono comuni: eccesso di peso ed obesità insieme sono la seconda causa di decessi prevenibili al mondo, principalmente per via dei loro effetti sui fattori di rischio cardiovascolari come ipertensione, dislipidemia e diabete di tipo 2. In base al presente studio, il completamento di un programma comportamentale iniziale porta al mantenimento di un peso al di sotto di quello originale; un breve contatto personale mensile garantisce solo un modesto beneficio nel mantenimento del peso, mentre gli interventi interattivi tecnologici garantiscono benefici precoci ma transitori. Gli studi futuri dovrebbero focalizzarsi su interventi e monitoraggi più prolungati, comprensione dei fattori predittivi di mantenimento efficace del peso ed ulteriore rifinitura sia dei contatti personali che degli interventi tecnologici.
(JAMA. 2008; 299: 1139-48)

Cattiva informazione sugli attacchi di panico

Ottobre 2010
 
Qui sotto ho voluto ripubblicare un articolo molto interessante che riguarda la cattiva informazione sugli attacchi di panico.
Il mio messaggio è questo: qualunque cosa dica il dott. Rosario Sorrentino, dagli attacchi di panico si può guarire senza farmaci e questo non lo affermo solo io ma lo dicono tantissime ricerche (alcune delle quali sono citate sul mio libro "Sulle ali del panico").
Come al solito, basta solo informarsi!
 
 
 
[il testo è preso integralmente da http://www.altrapsicologia.it/]
 
Cattiva informazione sugli Attacchi di Panico al TG2
sabato 6 dicembre 2008 - Luigi D'Elia e Felice Damiano Torricelli   
 
Cattiva informazione sugli Attacchi di Panico al TG2.
Protesta di AltraPsicologia per il riduzionismo e/o la pessima qualità dell'informazione psicologica nei media
Luigi D'Elia
 
Giornalista del TG2 Lino Lombardi:“Come risolverli (gli attacchi
di panico, ndr)?
Rosario Sorrentino, Neurologo: “Farmacologicamente in maniera assoluta”
Questo scambio è andato in onda nel TG2 delle 20,30 del 04/12/08 (vedi qui, dal minuto 24,45 al 26,38) davanti a milioni di italiani che stavano addentando una bistecca o che poggiavano, stanchi, i loro corpi sui divani.Non c'è possibilità di equivoco: secondo il TG2-pensiero e secondo i suoi “esperti” gli attacchi di panico sono malattie del cervello che
si curano SOLO con i farmaci.
Questa è la pessima qualità propinata usualmente dai media riguardo l'informazione in Psicologia, Psicoterapia, etc.
Non vogliamo prendercela col TG2 in particolare. Si tratta, purtroppo, della normalità dell'informazione in Psicologia (clinica e non) che incontriamo su ogni tipo di media, indipendentemente dal prestigio della testata giornalistica.
Ipotizziamo, ovviamente, che la lobby farmaceutica sappia muovere sapientemente le sue pedine sulla scacchiera dell'informazione (pseudo)scientifica e, chiaramente, la sua rimarrà l'unica voce, fintanto che nessun'altro prende parola.
Che fare allora? Non c'è dubbio che, dal nostro punto di vista, se i media si consentono di sbrodolare al pubblico qualunque amenità nel territorio delle nostre competenze e di imboccare la gente con la loro "solita zuppa" bio-medicalistica è perché siamo noi a consentirglielo, come categoria, con la nostra latitanza ed il nostro silenzio-assenso.
Poste le evidenti responsabilità politico-culturali di chi ha governato la nostra professione nell'appena passato “ventennio” dalla approvazione della legge 56/89, proviamo a guardare avanti e ad essere, ove possibile, ottimisti.
Nel nostro piccolo abbiamo scritto al direttore del TG2, Mauro Mazza (e per conoscenza al Presidente dell'Ordine Nazionale degli Psicologi, Palma e di quello del Lazio, Zaccaria) per protestare circa i contenuti diffusi e per chiedere una correzione di tale informazione distorta. (leggete l'allegato in calce). Ma non basta certo protestare... Occorrerebbe, in realtà, istituire un osservatorio permanente sull'informazione Psy sui media da parte delle nostre istituzioni di categoria (?). Temiamo però di dovere ancora una volta attendere che
 sia AltraPsicologia a realizzare questo servizio, visto il livello di attivazione degli Ordini. E' solo presidiando con rigore e attenzione l'informazione che ci riguarda che si comincia a fare la TUTELA della professione.Ci attendiamo e ci auguriamo, intanto, che l'Ordine Nazionale e Lazio, che abbiamo informato, prendano almeno posizione.
 
 
 
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Roma, 05/11/2008
 
 
           Alla cortese attenzione del Direttore del TG2, Dr. Mauro Mazza
          e p.c.
 
        Al Presidente del Consiglio Nazionale degli Ordini degli Psicologi,
        Dr. Giuseppe Luigi Palma
        
        Al Presidente del Consiglio dell'Ordine degli Psicologi del Lazio,
        Dr.ssa Maria Lori Zaccaria
     
     Oggetto: Cattiva informazione sugli Attacchi di Panico al TG2
 
Gentile Direttore,
Il 04/12/08 nell'edizione serale è stato trasmesso un servizio, a firma Lino Lombardi (http://www.raiclicktv.it/raiclickpc/secure/stream.srv
id=45270&idCnt=80475&path=RaiClickWeb^Home
^Notizie^Telegiornali^TG2 - minuto 24,45 – 26,38 ), riguardante gli "Attacchi di Panico" e la loro pervasiva incidenza nella vita di moltissimi cittadini.Siamo lieti che una testata nazionale e del Servizio Pubblico dia spazio a questo genere di problemi, in genere piuttosto trascurati nonostante il peso che essi hanno nella nostra vita e delle nostre famiglie.
Come Psicologo e Psicoterapeuta, nonché come presidente dell'associazione di categoria degli Psicologi "AltraPsicologia", devo però rimarcare, non senza una certa indignazione, che la qualità della Vostra informazione è risultata non corretta sul piano scientifico, clinico e divulgativo.Infatti, dopo una presentazione piuttosto parziale del fenomeno (ci riferiamo all'enfasi medicalistica e alla chiara allusione a cause cerebrali tramite immagini relative al cervello) e dopo l'intervista al ministro Bondi, il giornalista chiede all'esperto da Voi prescelto, il Dott. Rosario Sorrentino, Neurologo, “Come risolvere?” ricevendo la secca risposta del Dott. Sorrentino: “Farmacologicamente in maniera assoluta”. Se l'italiano non è un'opinione, questa risposta non lascia spazio ad interpretazioni: gli attacchi di panico, secondo la Vostra informazione, si curano solo con i farmaci. Informazione errata, fuorviante e secondo noi anche capziosa, in quanto non corrisponde a nessuna evidenza scientifica e clinica rispetto alla cura di questo generedi problematiche.
È infatti cosa arcinota, dalla pratica clinica e dalla letteratura scientifica di tutto il mondo, da ormai alcuni decenni, che gli attacchi di panico richiedono l'intervento elettivo e terapeutico di uno Psicoterapeuta abilitato (Psicologo o Medico, in Italia), ed eventualmente (certo non sistematicamente) di una combinazione con la terapia psicofarmacologica.Quindi ben venga che si parli di "Attacchi di Panico" ma non è certo un Neurologo lo specialista più indicato per questo genere di problemi. Infatti, il Neurologo si occupa rispettabilmente del cervello, in quanto organo del corpo e delle sue disfunzioni, ma non ha una formazione specificamente psicoterapeutica. L'Attacco di Panico non è certamente l'esito di una originaria disfunzione cerebrale.Lei andrebbe mai da un dermatologo per un problema cardiaco? Non credo. Non si comprende quindi perché mai sulle questioni che riguardano eminentemente la Psicologia, s'invitino a parlare specialisti assolutamente distanti dalle relative tematiche, i quali di fatto propongono visioni parziali e dunque distorte dei problemi e delle loro soluzioni.
In un momento storico come questo, nel quale tutti dobbiamo fare attenzione agli
sprechi, questa Vostra comunicazione rischia di confondere e dare una visione non corretta, potendo risultare quasi un invito all'uso indiscriminato di psicofarmaci, i quali se assunti senza criterio - senza cioè un monitoraggio psicoterapeutico - cronicizzano anche i disturbi più lievi con ricadute disastrose ed imprevedibili sulla nostra qualità di vita e sulla spesa sanitaria.Invitiamo, quindi, la Sua prestigiosa Redazione a correggere questo tipo d'informazione e sulla base delle considerazioni precedenti confidiamo nella possibilità di dare maggiore spazio anche alla psicologia nella trattazione di temi delicati in cui la farmacologia e la psicologia possono svolgere entrambi un ruolo e, di certo, ogniqualvolta
la problematica sia di stampo squisitamente psicologico, ed invitiamo contestualmente la Sua redazione a prendere contatto, se non con la nostra associazione, almeno con gli organi istituzionali preposti a rappresentare la nostra professione.Confidando in una Sua cortese risposta, Le porgo i miei più Cordiali Saluti
 
                                                   Dr. Felice Damiano Torricelli
                                                   Presidente di AltraPsicologia