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LUGLIO 2010
[il testo è preso integralmente da http://ipnosi-strategica.blogspot.com ]
 
Ipnosi e ictus: Jill Bolte Taylor e il Giardino della Mente
 
 
 
 
Per vederlo, hai bisogno di Flash Player.
How it feels to have a stroke
How it feels to have a stroke
 
In questo video preso dal TED(Technology Entertainment Design) è possibile seguire l'appassionante racconto della neuroscienziata e ricercatrice Jill Bolte Taylor (premendo sulla scritta view subtitles è possibile selezionare i sottotitoli in italiano).
Nell'emozionante descrizione della sua esperienza a seguito dell'ictus, Jill accede alle potenzialità dell'emisfero destro, quello che lei chiama "la, la, land" e che noi conosciamo con il nome di "inconscio".

La descrizione dell'esperienza della dottoressa Bolte Taylor è una sintesi eccezionale di quella che è un'esperienza di contatto profondo con le proprie risorse inconsce così come avviene durante l'esperienza della trance ipnotica. La descrizione delle sensazioni espanse, la percezione alterata dello scorrere del tempo, la sensazione di poter vivere completamente il "qui ed ora" con un profondo senso di pace interiore e benessere.

Ognuno vive diversamente l'esperienza di trance ipnotica, ma il senso di pace, la mancata percezione dello scorrere del tempo e la piacevole perdita di contatto con la realtà esterna sono caratteristiche tipiche di qualsiasi esperienza di trance.
Per visualizzare il video con sottotitoli in italiano clicca su http://ipnosi-strategica.blogspot.com
 
 
 
MAGGIO 2010
 
 
Il sito è stato rinnovato completamente nell'aspetto grafico! Buona navigazione!
 
 
 
 
 
Ciao,
qualche tempo fa abbiamo parlato di quanto sia importante imparare a costruire la capacità di sentirsi felici utlizzando un esercizio sulla gratitudine che ci è stato insegnato da Martin Seligman il fondatore della Psicologia Positiva.
 
Seligman dice che l'unico modo per "uscire dal deserto emotivo" è cambiare i nostri pensieri riscrivendo il nostro passato.
 
Ciò si ottiene in potenzialmente in 3 modi:
  1. perdonando;
  2. dimenticando;
  3. rimuovendo i ricordi negativi.
Mentre provare volontariamente a rimuovere o dimenticare il ricordo di un evento doloroso aumenta la presenza del ricordo stesso nella nostra mente, imparare a perdonare lascia intatto il ricordo ma trasforma il dolore diminuendo l'impatto che questo ha su di noi.
 
"non perdonando non riuscite a nuocere al colpevole; perdonando potete giovare a voi stessi".
 
Per imparare a perdonare si può seguire il procedimento REACH sviluppato dal Dott. Everett Worthington.
 
"La mattina del capodanno del 1996 Everett Worthington riceve una terribile telefonata dal fratello: apprende che nella notte dei vandali sono entrati a casa della madre, l'hanno stuprata e picchiata a morte con una spranga di ferro. Il fratello riferisce che dappertutto sul tappeto e sui muri della casa si vedono ancora i segni di quella violenza."
 
Visto l'importanza che ha questa abilità ti descrivo nel dettaglio i 5 passi del metodo REACH sviluppato da Worthtington:
 
R: Rievocare: visualizzare l'accaduto utilizzando tecniche di respirazione, respiri profondi e lenti che contribuiscano a calmare.
 
E: Empatia: mettersi nei panni del colpevole, capire perchè fa quello che vi fa o vi ha fatto. Raccontare una storia plausibile che il colpevole racconterebbe per spiegare il suo gesto.
 
A: Concedere il dono altruistico: ripensate ad un episodio in cui vi sentivate in colpa per qualcosa che avete fatto e siete stati perdonati. E' stato un dono che vi è stato fatto da un'altra persona quando e perché ne avevate bisogno e gliene siete stati grati.
Concedere questo dono ci fa sentire meglio e ci toglie il senso di impotenza.
 
C: Confermare: confermare pubblicamente il vostro perdono.
Scrivere un "certificato di perdono" o una lettera a chi ci ha fatto male, appuntarlo nel proprio diario, scrivere una poesia o una canzone, raccontarlo ad un amico fidato.
Ognuna di queste cose corrisponde ad un Contratto di Perdono.
 
H (in inglese sta per hold): saper Tenere fede al proprio perdono.
Anche se i ricordi del torto subito tenderanno a ripresentarsi, tener fede al contratto di perdono aiuta a cambiare quello che associamo al ricordo evitando di venire ossessivamente angosciati dal pensiero di quel ricordo.
 
Esistono attualmente 8 studi documentati che misurano gli effetti del procedimento REACH di Worthington il più accurato e famoso appartiene all'Università di Stanford, dove il procedimento è stato testato su un campione di 259 adulti, utilizzando a confronto un gruppo controllo.
 
I risultati ottenuti sono stati minor collera, minor stress, maggiore ottimismo, miglior stato di salute soggettiva e maggior disposizione al perdono.(Harris, A., Thoresen, C., Luskin, F., Benisovich, S., Standard, S., Brunin, J., Evans, S.,g Effect of forgiveness intervention on physical psychosocial health, agosto 2001).
Se sei curioso e vuoi imparare l'arte del perdono visita il sito The Power of Forgiveness
 
 
 
 
 
 
Qui sotto ennesima intervista al Dott. Fabio Gherardelli e la recensione del libro "SULLE ALI DEL PANICO" pubblicata sul GIORNALE DI REGGIO di Reggio Emilia in data 19 dicembre 2009.
 
 
 
psicoterapia breve
 
 
 
Qui sotto un'intervista al Dott. Fabio Gherardelli e la recensione del libro "SULLE ALI DEL PANICO" pubblicata sul settimanale NOTIZIE di Carpi (Mo) in data 13 dicembre 2009.
 
 
 
sulle ali del panico: superare rapidamente il panico, le fobie e le ossessioni
 
 
 
 
 
Qui sotto un'altra intervista al Dott. Fabio Gherardelli e la recensione del libro "SULLE ALI DEL PANICO" pubblicata sul settimanale TEMPO di Carpi (Mo) in data 4 dicembre 2009.
 
 
 
 
 
psicoterapia breve per curare l'ansia
 
 
 
 
NOVEMBRE 2009
 
SALUTE: CON L'AUTUNNO 7 ITALIANI SU 10 SOFFRONO D'INSONNIA
 
[il testo è preso da
 
27 nov. - In Italia, 12 milioni di persone soffrono di insonnia, di cui un milione nel solo Lazio. E con il cambio di stagione, arriva il mal d'autunno per sette italiani su dieci. Gli effetti sono proprio l'insonnia e l'abbassamento dell'umore. Per informare i cittadini, domani a Roma è prevista la nuova tappa della nona giornata nazionale del Dormiresano, con gli esperti dell'Associazione italiana medicina del sonno, in collaborazione con Sanofi-Aventis, azienda farmaceutica.
L'iniziativa si inserisce nell'ambito del progetto Morfeo Dormiresano, che da quest'anno, per la prima volta, moltiplica il tradizionale appuntamento in 19 tappe in tutta Italia e in altrettanti centri di medicina del sonno Aims. "Nel Lazio - spiegano gli esperti -, come altrove, negli ultimi anni il numero di insonni è in crescita, raggiungendo una percentuale pari a circa il 20% della popolazione adulta. In questo periodo, tende a manifestarsi maggiormente anche perché legata alla diminuzione della serotonina, i cui livelli cerebrali diminuiscono nella stagione autunnale. Il cattivo sonno è dunque anche in rapporto ad una variazione negativa del tono dell'umore".
Per combattere l'insonnia, bastano anche semplici regole: riacquisire regolarità nelle attività diurne e notturne, moderare l'attività sportiva serale, evitare di assumere eccessive dosi di alcol e di cibo prima di andare a dormire, riprendere a coricarsi tendenzialmente alla stessa ora e mantenere fermo anche l'orario della sveglia mattutina in modo da ripristinare il ritmo sonno-veglia.
 
 
 
SETTEMBRE 2009
 
Qui sotto la recensione del libro "SULLE ALI DEL PANICO" pubblicata sul settimanale REPORTER di Reggio Emilia in data 4 settembre 2009 (Anno 22, numero 5)
 
 
 
 
recensione di
 
 
 
 
   
È possibile acquistare il libro e riceverlo direttamente a casa o sul posto di lavoro.
 
 
 
 
 
 
 
 
[il testo è preso integralmente da
 
OTTOBRE 2009
 
 
Luigi D’Elia - Sara Ginanneschi 
 
 
Proviamo a digitare la parola “allarme” su google e vediamo quanti suggerimenti arrivano: allarme psicosette, allarme meduse, allarme rosso, allarme terremoto, allarme tsunami. E se accendiamo la tv? Allarme influenza A, psicosi aviaria … ed è inevitabile guardare con odio il nostro compagno di viaggio in treno o in tram che per un banale raffreddore starnutisce nel nostro spazio vitale.Qualche mese fa avevamo segnalato un articolo su questi toni allarmistici riguardante le persone sofferenti di problematiche psichiche frutto esso stesso di atteggiamenti contro-fobici.Alcuni studi dimostrano come questo bombardamento mediatico possa indurre un disturbo simile per sintomatologia al Disturbo Post Traumatico da Stress, ma naturalmente di minor intensità che si manifesta con evitamento fobico delle “situazioni a rischio” percepite dalla persona.Senz’altro questo genere di notizie ed il modo con cui ci vengono date in pasto ad ogni ora del giorno, stimolano l’attenzione selettiva verso segnali di pericolo, sia interni che esterni e che spesso sono i primi indici sintomatologici della maggior parte dei disturbi d’ansia. Inoltre il continuo allarmare e tornare sui propri passi, non fa che confondere le idee, se non indurre pensieri di stampo paranoide (ritrattano tutto per non allarmare, ma la situazione è grave). Dal nostro Osservatorio ci domandiamo molte cose circa questa induzione fobico-ansiosa che parte dai media… Innanzitutto ci domandiamo se sia poi così vero che una notizia “sparata” sui registri ansiogeni venda di più o faccia più audience, o piuttosto non generi alla lunga un’inflazione ed una saturazione, già sensoriale-percettiva, ma anche semiotica, che produce nel tempo una sorta di anestesia dell’attenzione che richieda, per essere superata, di alzare sempre più la posta dell’allarmismo in una escalation senza senso. Ci domandiamo anche quale sia il confine che c’è tra diritto di cronaca, che vincola una redazione a informare sui fatti, e la tentazione allo shock gratuito in nome di un presunto picco di attenzione. Ci domandiamo, viceversa, se i media non si limitino a fotografare piuttosto una realtà di per sé shockante e a riprodurla, piuttosto che crearla o orientarla in senso allarmistico.  Quest’ultima domanda richiede probabilmente una riflessione più approfondita: forse la soglia tra riproduzione e costruzione della realtà non è così netta come la si potrebbe immaginare. Ed allora se i mass media sono nodi anonimi di una rete mimetica della realtà sociale e del clima che si respira, forse dobbiamo allargare il nostro sguardo a cosa sta accadendo nel mondo per comprendere i motivi dell’escalation di paura in corso (escalation confermata dall’aumento significativo delle patologie ansiose in Italia come in tutto il mondo occidentale). Ma per comprendere meglio prendiamo un esempio concreto e a noi vicino: il caso dell’influenza suina,l’influenza A, di cui si parla da mesi.Qui di seguito il reportage di un utente mediamente distratto/anestetizzato come potrebbe essere chiunque di noi (anzi, siamo proprio noi!), che attinge disordinatamente da tv e giornali le notizie in arrivo.
  1. Dapprima, quando il focolaio messicano è stato scoperto, la notizia ha assunto coloriture francamente apocalittiche. Le immagini dei messicani barricati in casa dal “coprifuoco” sanitario o che giravano con le mascherine e la rapida e incontrollata evoluzione pandemica del virus confermata dall’OMS, facevano pensare a certi film di fantascienza di maniera (dove solo un manipolo di sopravvissuti riesce a trovare, alla fine, il rimedio alla catastrofe).
  2. Poi, le notizie della diffusione globale (con tanto di mappe e numeri di malati e di morti per ogni paese) era solo parzialmente attutita dalle misure di sicurezza prese da ogni stato, compreso il nostro, tese alla riduzione del contagio.
  3. In seguito, le voci contrastanti sulle caratteristiche del contagio e della malattia si rincorrevano accavallandosi con il bollettino di nuovi casi di contagio, dei primi decessi, e con le contromisure tardive del mondo scientifico nella sperimentazione e diffusione del vaccino. Anche in questo caso, le notizie non erano per nulla chiare e rassicuranti: quanto è utile un vaccino non sperimentato, quanto potrebbe nuocere (magari più del virus stesso), forse non sarà pronto in tempi utili?
  4. Solo in quest’ultimo periodo, dopo serrati confronti mediatici tra esperti che consigliavano comunque l’utilizzo del vaccino ed esperti meno allarmisti (che apparivano fatalmente più superficiali rispetto ai primi), il nostro Ministero della Salute ci dice, attraverso Topo Gigio (!) che “L’influenza A è una normale influenza” e basta stare un po’ più attenti con poche ed elementari regole igieniche.
  5. Anzi, a ben vedere, i morti previsti (sempre comunque a causa di complicazioni in pazienti con altri gravi problemi concomitanti) saranno presumibilmente infinitamente meno di quanti mediamente miete una comune influenza stagionale (In Italia si stima che l’influenza stagionale causi ogni anno circa 8000decessi in eccesso, di cui 1000 per polmonite e influenza e altri 7000 per altre cause. L’84% dei decessi riguarda persone di età ≥ 65 anni. Fonte: Simg).
 Ora, a guardar bene questa parabola esemplificativa di questa attualissima notizia, veramente non ci sarebbe da stare affatto tranquilli, non certo per causa dell’influenza A e delle sue conseguenze (ormai l’abbiamo capito anche noi!), ma piuttosto per come la notizia è circolata e per gli effetti psichici che ha prodotto. Cosa deve aver capito quell’utente medio di cui si parlava prima? Cosa gli è rimasto? Come presumibilmente si comporterà nelle prossime settimane? Bene, qui i maniaci dei sondaggi di opinione si potrebbero sbizzarrire nel registrare questo o quel picco di questo o quel cluster, ma a noi, ahimè, il sondaggismo non convince.Ci rimane la sensazione che se il Ministero ci parla con la voce di Topo Gigio può voler dire due cose opposte e contrarie:
  • l o che la quota di “bufala” della notizia era fin dall’inizio elevatissima e non c’è nulla di cui preoccuparsi
  • l o che ci stanno rassicurando come bambini raccontandoci l’ennesima favoletta per non allarmarci
 Ma veniamo alle ultimissime notizie (14 Ottobre) sull’influenza A (fonte Doctor News): 
“In Italia, secondo il rapporto dell’Istituto superiore di sanità, sono poco più di 10 mila i casi di influenza A. In realtà, noi pensiamo che si sia arrivati a 50-100 mila casi, ma molte persone non si sono neanche accorte di essersi ammalate. A dimostrazione che si tratta di un’influenza molto più leggera di quella stagionale”. All’interno del programma ‘Mattino Cinque’, alla domanda se l’allarme suscitato dal virus H1N1 sia eccessivo, il Viceministro alla Salute Fazio risponde appunto che “in questa fase l’allarme è sopravvalutato, perché l’influenza A è più leggera di quella stagionale. Ma in alcune persone può essere mortale: basta una piccola febbre per causare il tracollo delle funzioni in un organismo compromesso e questo non è da sottovalutare”.
   Si, ma questo è vero in assoluto per ogni “organismo compromesso”… Perché questa inutile sottolineatura?  In tutti i casi la traccia inconscia di quanto è accaduto a livello mediatico somiglia molto ad un’angoscia sorda, acquattata profondamente dentro ciascuno di noi, non pensabile, che è pronta a tradursi in comportamenti autoprotettivi basici, istintuali, rivolti a sé e ai propri cari, che facilmente si potrebbero manifestare in incetta di vaccini, mascherine, disinfettanti e gadgettistica medica. Comportamenti accumulativi che ricordano le vigilie annunciate delle guerre o dei disastri naturali. Gli individui imprigionati dal panico e preda di istinti di sopravvivenza, sembrano da un lato imprevedibili perché pronti a tutto, in realtà finiscono per restringere drasticamente le loro territorialità psichiche e le loro capacità di discernimento e diventano sommamente prevedibili nel chiuso della propria trappola panica. In coda a questa ricostruzione mediatica relativa all’influenza A, una notazione certamente non secondaria: il costo (probabilmente elevatissimo) a carico del SSN - di tutti noi, quindi - dei milioni di vaccini acquistati e la non obbligatorietà del vaccino per nessuno, nemmeno per i sanitari. Due fatti che sembrano, se accostati, fortemente stridenti e che ci aprono scenari inquietanti.Come s’intuisce, il cerchio qui, con quest’ultima notazione, potrebbe chiudersi e rispondere contemporaneamente a molte domande relative alla società panica e ai suoi correlati massmediatici.Ci si domanda allora, volendo essere tendenziosi: ma non è che bisogna discernere poco ed essere spaventati (ma sempre nel modo sottotraccia qui descritto) per acquistare di più?Noi psicologi conosciamo bene chi siano gli acquirenti impulsivi e/o accidentali. Tutto un mondo-gigante, dai piedi di argilla, si è fondato su di loro fino ad oggi! Un individuo ansioso e subliminalmente intimorito è, dunque, un cittadino più allineato coi tempi e con le regole implicite della vita contemporanea? Sicuramente si. E se anche gli Stati sembrano comportarsi come acquirenti impulsivi, allora siamo messi proprio male. Ecco dunque che giunge una prima risposta al quesito precedente: il mass-media si limitano a fotografare la realtà di per sé shockante e a riprodurla, piuttosto che crearla o orientarla in senso allarmistico? Sembrerebbe che le nostre stesse basi psico-politiche necessitino di una certa dose di paura sorda per poter far girare la macchina. Non certo perché esista un demiurgo crudele che abbia deciso a tavolino questo, ma proprio perché il panico sembrerebbe un ingrediente necessario nell’attuale “minestra”. E soprattutto, dal punto di vista psicologico, se il nemico non si concreta all’esterno (terrorismo, terremoto, povertà, delinquenza), come talora accade, finisce per esplodere all’interno di noi.Nulla come un virus letale rappresenta il protagonista del peggiore incubo, in quanto incarna sia il nemico esterno che quello interno: un oggetto esterno che in quanto invisibile e contagioso diventa immediatamente interno. Il virus rappresenta dunque una paura al quadrato, il male che prende forma in noi e ci possiede, una riedizione moderna della peste, ma una peste psichica. Chi fa parte ancora dell’incubo? E chi si è già svegliato e lo può raccontare ad una persona amica?
 
 
 
 
LUGLIO 2009
 
 
a partire dal 15 LUGLIO 2009 sarà disponibile nelle migliori librerie
(anche on-line) il libro
 
                               SULLE ALI DEL PANICO:
                       Come affrontare e superare rapidamente il
                                panico, le fobie e le ossessioni 
   
 
 
    
 
 
 
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25/05/09
 
Purtroppo mi capita sempre più spesso di vedere in televisione programmi sugli attacchi di panico dove vengono dette cose perlomeno imprecise e inesatte. Sento che gli attacchi di panico sono una "malattia del cervello" e come tale servono i farmaci per curarli. Chissà come saranno contente le case farmaceutiche dei vari ansiolitici (benzodiazepine) e antidepressivi... purtroppo però (o meglio per fortuna!) le ricerche scientifiche in materia non confermano tutto ciò: basterebbe essere informati un po' meglio per non dire, soprattutto in televisione, informazioni così imprecise e inesatte.
I farmaci sono come una stampella: possono servire per restare in piedi ma non potranno mai insegnare a camminare... Nella mia pratica clinica vedo ogni giorno persone che soffrono di panico e che prendono farmaci inutilmente da tanto tempo. A volte i farmaci addirittura aggravano la situazione: ma in televisione nessuno lo dice. Peccato...
 
                                                                              Dott. Fabio Gherardelli
 
Agosto 2009
 
[il testo è preso integralmente da http://www.saluteeuropa.it ]
 
Psicoterapia e psicofarmaci: uno a zero
 
La terapia cognitiva è utile per il trattamento di molti disturbi psichiatrici, con un’efficacia pari o in alcuni casi addirittura maggiore rispetto agli psicofarmaci. La conferma arriva dalle linee guida dell’APA, American Psychiatric Association, stilate sulla base di rigorose revisioni della letteratura scientifica.
 
“La terapia cognitiva è quella che più di ogni altra è stata sottoposta a studi che ne hanno empiricamente e rigorosamente confermato l’efficacia su diverse forme di sofferenza mentale - spiega il Prof. Francesco Mancini, direttore dell’Associazione di Psicologia Cognitiva e della Scuola di Psicoterapia Cognitiva, scuole di specializzazione post-lauream in psicoterapia cognitiva.
 
“Tra i vari disturbi per i quali la psicoterapia cognitiva ha dimostrato scientificamente la propria efficacia vi sono la fobia sociale, il disturbo ossessivo-compulsivo, la depressione, gli attacchi di panico e i disturbi del comportamento alimentare, in particolare la bulimia - sostiene la prof. Sandra Sassaroli direttore di Studi Cognitivi.
 
Gli studi riportati dalle linee guida APA a supporto dell’efficacia della terapia cognitiva sono molti. Vale per tutti lo studio pubblicato sulla rivista scientifica Jama a firma del gruppo di psicoterapeuti Barlow, Gorman, Shear e Woods, condotto su 312 pazienti con disturbo di panico. I pazienti sono stati divisi in 5 gruppi diversi e curati con differenti terapie: solo imipramina (un farmaco antidepressivo di provata efficacia); solo terapia cognitiva; terapia cognitiva e imipramina; terapia cognitiva e placebo; solo placebo.
 
I risultati hanno dimostrato che la terapia cognitiva è più efficace del farmaco sul lungo periodo. Più precisamente, dopo 12 settimane di trattamento intensivo, terapia cognitiva e imipramina (sia separatamente che insieme) erano di efficacia equivalente ed entrambe superiori al placebo. Dopo 6 mesi di trattamento di mantenimento, terapia cognitiva e imipramina erano di efficacia equivalente, entrambe superiori al placebo e inoltre la combinazione di terapia cognitiva e imipramina era più efficace dei due trattamenti separati. Dopo altri 6 mesi in cui i pazienti non avevano ricevuto alcun trattamento, terapia cognitiva e terapia cognitiva con imipramina erano ancora efficaci mentre il gruppo 1 che aveva ricevuto solo imipramina non era più in condizioni migliori del placebo.
 
Ciò dimostra che la terapia cognitiva è più efficace dei soli psicofarmaci se si considera la tenuta del miglioramento nel tempo: la psicoterapia continua ad essere efficace, anche dopo la sua conclusione, al contrario dei farmaci.
 
Le linee guida dell’APA sono, dunque, una svolta nell’approccio ad alcuni disturbi psichiatrici e ridimensionano la tendenza a un esagerato ricorso agli psicofarmaci che in questi ultimi anni sono stati a volte considerati alla stregua di una panacea. “Da un’attenta analisi di queste linee guida emerge che la psicoterapia cognitiva rappresenta, ad oggi, il trattamento da consigliare al paziente come intervento elettivo per molti disturbi psichiatrici - interviene Mancini - Un rapido elenco comprende le forme di ansia e più precisamente il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo da attacchi di panico, la fobia sociale, la depressione e le ricadute, il disturbo post-traumatico da stress e i disturbi alimentari e in particolare la bulimia. Va chiarito anche che quando la terapia cognitiva non viene indicata tra i trattamenti raccomandati, non significa necessariamente che non funzioni. Può essere invece, come spesso accade in medicina, che sono ancora poche le ricerche rigorose condotte per valutarne l’efficacia.”
 
Sì quindi alle cure farmacologiche quando sono necessarie. Ma sì anche alla psicoterapia per risolvere le difficoltà psicologiche che causano i malesseri. “Il presupposto principale della terapia cognitiva - spiega il Prof. Mancini - è che la sofferenza mentale sia generata da come le persone interpretano e valutano gli eventi, in particolare se stessi e le loro relazioni più significative. Interpretazioni e valutazioni che il paziente va aiutato a riconoscere, distanziare e modificare attraverso tecniche di comprovata efficacia.
 
Le tecniche cognitive sono solo alcuni tra gli svariati strumenti di cambiamento efficaci che ha a disposizione la psicoterapia cognitiva, la quale si avvale anche di tecniche immaginativo-evocative, come l’imagery with rescripting, la visualizzazione guidata, e comportamentali, come l’esposizione con prevenzione della risposta. L’idea di fondo è quella di usare strategie di provata efficacia, adattandole in maniera specifica, per ciò che concerne i tempi e le modalità di attuazione delle stesse, alle necessità del singolo paziente; questo approccio consente la messa in atto di trattamenti che sono al tempo stesso sperimentalmente validati e clinicamente flessibili.”
 
Le numerose ricerche sperimentali condotte negli anni sui meccanismi che generano e aggravano i vari disturbi d’ansia hanno dimostrato il ruolo cruciale delle valutazioni di pericolo e dei processi cognitivi con cui si elaborano le informazioni riguardanti i pericoli stessi. Alla base dei disturbi d’ansia vi è, infatti, da una parte, una sopravvalutazione dei segnali di pericolo e, dall’altra, una sottovalutazione delle proprie capacità di fronteggiare il pericolo stesso. L’ansia di parlare in pubblico e la conseguente inibizione a farlo dipende dalla convinzione a priori di ricevere un giudizio completamente negativo a causa di una prestazione che viene ritenuta di sicuro inadeguata: è il caso della fobia sociale.
 
Con la psicoterapia cognitiva il paziente impara a gestire e padroneggiare in maniera autonoma i propri stati mentali. “Gli strumenti sono l’accertamento dei contenuti cognitivi degli stati mentali, la loro revisione critica e la loro ristrutturazione in vista di un maggiore benessere psichico” - concludono Mancini e Sassaroli.
 
 
Luglio 2009
 
A proposito della figura professionale dei COUNSELOR pubblico qui sotto la lettera di un collega psicologo inviata al portale 
ALTRAPSICOLOGIA.IT.
Mi astengo da qualunque commento (non essendocene bisogno...)
 
    [il testo è preso integralmente da http://www.altrapsicologia.it/]
 
Pubblichiamo l'intervento, in una mail-list professionale, di un collega psicologo frastornato da certa "ingenua" protervia di
neo-formati counselor.
 
Un’impiegata (la chiamerò M) mi invita a pranzo alla sua mensa
aziendale. Mi è stata presentata da amici comuni. Accetto l’invito per cortesia nei loro confronti, per curiosità, per modificare la routine lavorativa.
Dunque M ha circa 50 anni, due figli ormai adolescenti, non credo sia laureata e ha un marito dirigente di altissimo livello. Non è una famiglia toccata dalla crisi economica, ma M sente il bisogno di nuovi stimoli visto che i figli sono ormai indipendenti.
M sta per concludere un corso in counseling.
Afferma: “ho fatto crescere due figli, credo di essere stata una buona madre, perché non posso fare anche io la terapeuta?” Siccome un terapeuta assume una funzione genitoriale lei si sente legittimata ad esserlo per il fatto che è madre. Durante l’incontro mi considera un collega alla pari (il suo stato mentale è: io e te siamo due operatori del disagio mentale, anche se io non me
ne occupo). La cosa mi irrita e le lancio messaggi che sottolineano la
nostra differenza: sono 30 anni che sono laureato, sarò pure uno psicologo non eccelso, ma ho la mia esperienza, le specializzazioni, le pubblicazioni.
E’ presa dal sacro fuoco di guarire la gente: “non puoi immaginare –afferma- quanti colleghi io segua in questa azienda, qui c’è un grande malessere”. Intuisco che sono chiacchierate al bar o nei corridoi. Ad un certo punto mi dice: “scusa, ma perché sei stato così…… da averci messo tanti anni per arrivare al risultato a cui io sono arrivata in pochi anni?” Forse non trova la parola o forse non vuole ferirmi perché credo che questa sarebbe “coglione”. Confesso che ho sentito il desiderio di strangolarla, ma dal suo punto di vista non aveva tutti i torti. M mi ha voluto vedere perché vorrebbe proporre alla sua azienda, appena conseguito il diploma, un Centro counseling rivolto ai lavoratori e voleva confrontarsi “con un collega”, insomma vuole istituzionalizzare quello che fa ora.
Le dico che il suo ruolo aziendale di impiegata (passato e presente)
mal si concilia con l’intervento che lei ha in mente (però a ripensarci ora, quanti psicoterapeuti frequentano i loro pazienti fuori dal setting terapeutico?) e che la sua azienda forse può essere non interessata a prendersi cura del disagio dei lavoratori, ad esempio perché è funzionale al loro allontanamento o per la sua cultura organizzativa. Non la convinco. Mi dice che sono privo di ottimismo e rassegnato. Per lei esiste solo “chi sta male” e “chi guarisce”.
 
 
 
[ARTICOLO TRATTO DALLA REPUBBLICA DEL 16 DICEMBRE 2008]
nostalgia/studio-nostalgia.html
 
 
La nostalgia non è un male, ha un potere terapeutico
 
 
Secondo uno studio inglese rimpiangere il passato aiuta gli adulti ad affrontare il presente. Considerata una malattia fino al secolo scorso, questa sensazione è stata rivalutata da Baudelaire di SARA FICOCELLI
PUO' riaffiorare mentre siamo felici, anzi, spesso è proprio stimolata da emozioni forti. La nostalgia torna a galla per ricordarci che abbiamo un passato. E che quello che abbiamo vissuto ha avuto senso per noi. Secondo il professor Constantine Sedikides, direttore del Centro di ricerca sull'identità personale dell'Università di Southampton, Regno Unito, non si tratta di una debolezza ma di una risorsa: "Le persone nostalgiche sono in realtà le più forti, perché capaci di rimettere insieme i pezzi del passato e fare della vita un percorso compatto".
 
Con i colleghi del dipartimento di Scienze e psicologia, lo scienziato ha analizzato gli effetti della nostalgia su un gruppo di volontari. Tutti hanno reagito positivamente agli stimoli, raggiungendo uno stato di serenità rispetto a molte brutte esperienze passate. "La nostalgia ha un effetto terapeutico sulla salute mentale - si legge nel report dello psicologo
inglese - ed è fonte di positività, importante per affrontare i fantasmi di
ieri e vivere con energia il presente".
 
La sensazione che si prova di fronte a una vecchia foto, a un tramonto o all'incontro con un ex compagno di scuola non occupa insomma lo spazio di un momento ma fa da ponte tra ciò che eravamo e ciò che siamo, regalandoci la sensazione che la nostra vita abbia avuto un percorso sensato, carico di esperienze ed emozioni, nel bene e nel male.
 
"Ricordare e rimpiangere - spiega lo psicologo Fabio Guida, coordinatore
del portale di psicologia Cpsico - contribuisce al mantenimento della salute mentale. Si innesca un meccanismo di liberazione che permette di superare traumi e ricordi sgradevoli. La zona del cervello che si attiva è la corteccia, ma sono implicate anche amigdala, talamo e ipotalamo: è qui che si attivano gli impulsi che danno il feedback positivo".
 
Studi simili sono stati condotti anche dalla Sun Yat-Sen University, in Cina. Questa ricerca ha dimostrato che le persone più sole sono anche le più nostalgiche e che proprio tale sentimento permette loro di combattere la sensazione di isolamento. Non tutti gli scienziati però concordano con questa interpretazione, Secondo i ricercatori della American Academy of Pediatrics, la nostalgia di casa non solo non ha affetti terapeutici ma rappresenta una malattia. Uno studio su bambini e adolescenti lontani dalla famiglia d'origine ha mostrato che la scarsa fiducia nella novità e l'incapacità di controllare le situazioni inaspettate possono portare i più piccoli ad "ammalarsi di nostalgia", con conseguenze per il loro equilibrio mentale.
 
Ha dunque senso parlare di "potere terapeutico" di questa sensazione solo se a provarla sono persone adulte o comunque capaci di ripercorrere a ritroso la vita, attribuendo ai ricordi il giusto valore. "Come per tutto, è meglio non esagerare - continua Guida - una dose eccessiva di nostalgia può togliere preziosi spazi mentali e peggiorare la qualità di vita e i rapporti sociali, trasformandosi in patologia. Ci sono individui che non riescono a godere il presente e vivono in un costante passato".
 
Il termine nostalgia deriva dal greco "nostos" (ritorno) e àlgos (dolore) ed
è entrato nel vocabolario europeo solo nel XVII secolo grazie al medico svizzero Johannes Hofer. Era alle prese con una patologia diffusa tra i connazionali, costretti dall'arruolamento come truppe mercenarie: "nostalgia" era la designazione dotta del "dolore per la lontananza da casa", stato che talvolta portava i soldati alla morte.
 
do nothing Da quel momento la parola è diventata sinonimo di disturbo psichico e solo grazie alle poesie di Baudelaire ha cominciato a essere interpretata sotto una luce diversa. Scriveva Antoine da Saint-Exupèry: "Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini per raccogliere la legna
e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito". Una spinta emozionale che, come confermano gli scienziati di oggi, nella giusta misura sa essere più efficace di tante medicine.
 
 
 
 
 
[il testo è preso integralmente da http://www.katamed.it]
 
Psicoterapia Comportamentale per perdere peso
 
Nei pazienti obesi ed in sovrappeso a rischio di malattie cardiovascolari, un intervento comportamentale per la perdita di peso risulta efficace e
consente al paziente di mantenere il peso raggiunto. Questi interventi spesso ottengono un successo a breve termine, ma i casi di nuovo aumento di peso sono comuni: eccesso di peso ed obesità insieme sono la seconda causa di decessi prevenibili al mondo, principalmente per via dei loro effetti sui fattori di rischio cardiovascolari come ipertensione, dislipidemia e diabete di tipo 2. In base al presente studio, il completamento di un programma comportamentale iniziale porta al mantenimento di un peso al di sotto di quello originale; un breve contatto personale mensile garantisce solo un modesto beneficio nel mantenimento del peso, mentre gli interventi interattivi tecnologici garantiscono benefici precoci ma transitori. Gli studi futuri dovrebbero focalizzarsi su interventi e monitoraggi più prolungati, comprensione dei fattori predittivi di mantenimento efficace del peso ed ulteriore rifinitura sia dei contatti personali che degli interventi tecnologici.
(JAMA. 2008; 299: 1139-48)

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