Che la vita fosse una sorta di game in cui sopravvive il più abile e fortunato, lo si sapeva già. Che il fine proprio della vita fosse il game in senso stretto, ovvero il gioco d’azzardo, nessuno forse l’aveva intuito. Sembra che gran parte della popolazione globale, il 29,2% circa, sia dedita a scommesse da capogiro. Un microcosmo di giocatori, talvolta insospettabili talaltra apertamente dichiarati, vive tra noi ma percepisce le paure in maniera molto diversa. Secondo una ricerca diretta dal prof. Benedetto De Martino dell’Università della California, la dipendenza dal gioco d’azzardo, in alcuni casi è una vera e propria necessità esistenziale; un fine che giustifica qualsiasi mezzo. “ La dipendenza – spiega De Martino – è dovuta ad un difetto dell’amigdala, la parte del cervello che guida le nostre emozioni ancestrali, quali paura e aggressività. La sua imperfezione è conseguenza logicamente prevedibile della disattivazione dei freni inibitori che, normalmente ci difendono dal rischio di perdite economiche”. I ricercatori californiani hanno studiato minuziosamente il comportamento di volontari sani ed affetti da micro-lesioni dell’amigdala, sottoponendoli a giochi con vincite in denaro. Il risultato dell’analisi metodica ha reso evidente una significativa dicotomia di pensiero e di percezione. I soggetti sani erano propensi a rischiare l’intero capitale solo se la posta in palio era il doppio della potenziale perdita. Invece, i soggetti con amigdala lesa, accecati dal tavolo verde e dal denaro, giocavano in ogni caso, senza alcuna preoccupazione. Secondo De Martino, il difetto cerebrale dell’amigdala fa sì che il soggetto percepisca la realtà e le paure in maniera tanto irrisoria da generare contegni altamente dispendiosi. |





